E quando un giorno sarai lontana

Una mattina ti svegli canticchiando Jovanotti, ed è subito sera. Così l’altra mattina mi sono trovata ad ascoltare il mio canto stonato: “e quando un giorno sarai lontana e vedrai il cielo quando si colora pensami almeno per un momento, pensami almeno per mezz’ora na na na”. Ecco, queste sì che sono tragedie. A quel punto pensi che sia tutto finito. E non perché lei va a Milano ma perché, cristo, canti Jovanotti. Sospiri, un po’ ridi. Un po’ la maledici. Un po’ pensi: ma come è che mi sono svegliata con questa canzone in testa? Che ho fatto di male ieri sera? Che cazzo avrò sognato quest’altra notte tormentata? Qualcuno mi deve delle scuse. E questa volta non è il mio karma. Mio fratello per tranquillizzarmi mi racconta che quando è stato mollato ascoltava i Modà. Non so a chi è andata peggio. Certo è una gara, senza vincitori però.

Tua madre

Caos
Caos

nuovo cinema sacher. Spettacolo delle 22.30. In tanti escono dalla proiezione precedente con goccioloni che scivolano sul volto. Si soffiano il naso con fazzoletti che a guardarli sembrano pronti per essere strizzati. Noname mi dice di non guardarli. Obbedisco. Mi distraggo scattando qualche foto. Inquadro l’insegna luminosa del cinema. È un arco, potrebbe sembrare una luminaria di quelle che nel periodo natalizio spuntano in via terrasanta. Insegne ad arco che si possono permettere in pochi. La guardi. La trovi antica. Ma fa più figo dire vintage. Anche il faro accanto proietta una luce sfocata. Calda ma a me sembra fredda. Sul muro di fronte c’è un disegno. Pasolini che tiene in braccio Pasolini morto. Un corpo abbandonato. E penso a “caos”. “Io so questo: che chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene”. In sala siamo tra le 10 e le 20 persone. Ovviamente tiro fuori dalla borsa i fazzoletti preoccupata da quello che avevo visto prima di entrare. Inizia il film. Passano i minuti, penso a chi mi aveva parlato di un film straordinario. Dove si ride e piange. Ma non mi suscita alcuna emozione. Qualche volta ho pensato a nonna. Ma non ho né riso né pianto. Tutto scorre, come se ormai la vita degli altri non mi importasse. Non mi  sfiorasse. Però mi sa che per ora sono poco attendibile. Non mi sono piaciuti nemmeno Garrone e  Sorrentino.  Torno a casa. E ci ripenso. Ma non so che pensare. A me Moretti è sempre piaciuto. Lui non recita è se stesso. Però questa volta, a questo giro non riesco ad esprimere un giudizio. Se non quello immediato. Tranciante. Senza possibilità di ricorrere in appello. Torno a casa. Ci impiego un po’ prima di prendere sonno. Tra le quattro e cinque mi sveglio, sudata. È tornata a farmi compagnia, durante il mio sonno. Ci baciamo. Ma ha le labbra secche. Anche io. Stamattina ho messo un’altra croce sul calendario.  E ora mentre guardo Asterix contro Cesare provo a non crollare sul divano. Perché la notte e sempre più lunga.

Di ritorno

A casa. Scrivo e fumo. E nel frattempo ricordo che ieri sera ad un certo punto ho rotto uno degli altri braccialetti colorati. Il filo era logorato, quanto me e con un raptus l’ho strappato. Non so quale dei due fosse. Non so quale desidero avessi espresso quando l’ho annodato. Ma tanto che importanza ha? Pure lui via dal mio corpo. Stanotte ho dormito con un’amica. Perché ogni tanto mi prende male. Rientrare a casa e vedere quegli scatoloni, uno sull’altro mi fa male. Non so se ho di fronte la torre di Babele di Paolo Fabbri : “Io considero la Torre di Babele un luogo dove si può vivere benissimo, perché si è continuamente costretti a tradurre la lingua e la cultura degli altri che la abitano per comprendere cosa vogliono dire, e anche per fare intendere loro con chiarezza il nostro punto di vista. Non sempre il confronto è pacifico, all’interno della mia Torre di Babele ideale quasi sempre si litiga, ci si scontra in maniera aspra. Ma il conflitto, a patto che resti nell’ambito delle idee, è sempre salutare. Perché nel conflitto si è obbligati a conoscersi bene, mentre la pace sembra fatta apposta per potersi ignorare”. Oppure una semplice e forse banale torre di Pisa. Un po’ piegata su se stessa. Ma mi piace accostarmi alla semiotica piuttosto che all’arte. Mi piace l’idea della incomunicabilità dei segni e dei significati. E la casa per ora è piena di tutto questo. Penso che ti avrò sognata anche questa notte tormentata. Oggi ho cucinato dopo tanto tempo della pasta col pesce. E ti ho pensato ad ogni pomodorino tagliato, mentre sgusciavo gamberi. Mentre Mina mi guardava triste. Non si stacca da me. Credo abbia paura che l’abbandoni. Come tu hai fatto con noi. Mi segue come un’ombra. Come io mi sento inseguita dal tuo fantasma. Ora esco di nuovo. E penso (Con qualche conferma) che ne avrai altre di donne e che non sei solo sua. E questo fa meno male. Chissà perché.

Perché

Va tutto bene
Va tutto bene

Va così bene che al mercato di Testaccio questa mattina ho comprato un nuovo laccio. Questo è blu come il mare, il cielo, come gli occhi, come Blu, come le porte del sud al mare. Blu, insomma. Un colore.  È già annodato al polso. L’isola è tornata al suo posto. Io guardo fuori da una finestra non mia. Foglie di alberi che si fanno cullare dal vento. Potrebbe essere scirocco. Visto che siamo tutti sciroccati. Mina fa il cane finto morto, con le zampe all’aria. Poggiate sul divano grigio. Io sono sul divano, con gli occhi semichiusi. Ma pronta a veder suor sorriso. Ma questa è un’altra storia. E comunque va tutto bene.

è andato

si è rotto

 

Si è rotto. Del resto l’avevo sognato. Il laccio nero, l’anima nera è andata via. Ieri sera. Mentre mi spogliavo per mettermi il pigiama, al rientro dal the apartment, ho sentito un leggero rumore, un tintinnio. La piccola trinacria ha fatto qualche balzo per finire poi sui miei piedi nudi.  Prima però mi sono occupata di lui, del laccio nero. Era rimasto incastrato, come me, sotto una maglia, anche lei nera. Poi mi sono occupata di me, della Sicilia. L’ho raccolta e l’ho poggiata sul piano sopra la lavatrice, accanto a 4 euro che avevo in tasca. Insomma pure lui è andato. Non so se credere nei segnali, ma nei sogni si. E purtroppo io non li sbaglio mai. Adesso comincerà la ricerca di un nuovo laccio. Colorato, a questo punto. Di fili al polso ne ho tanti. Beh, non esageriamo: ne ho tre. Uno viene dal Brasile, regalo di una coppia di amici che è stata lì in viaggio di nozze e ha qualche settimana di vita in più del (compianto) laccio nero. E poi altri due, i soliti braccialetti che compri sulla spiaggia o seduta fuori al tavolo di un locale da un povero disgraziato venuto da chissà dove che perderebbe la voce pur di guadagnare un euro. Di uno ricordo bene il giorno in cui l’ho legato al polso e con chi ero. Dell’altro ho un vago ricordo, ma credo che si sia già avviato il processo di rimozione. Comunque tanto ormai non so più distinguerli.

Seitan e street art

Seitan. “Usa l’immaginazione”. Così ha scritto altrove. Non so che sapore abbia e di certo scoprirlo ora non è la mia priorità. Anzi. Probabilmente l’ho mangiato. Sicuramente. Ma per ora tendo a rimuovere. Quindi è come se mi trovassi di fronte a una “tabula rasa”. Vado su Google e scopro che “il seitan è un alimento altamente proteico ricavato dal glutine del grano tenero o da altri cereali, un vero e proprio concentrato alternativo alle tradizionali fonti proteiche di origine animale. Secondo la ricetta tradizionale, il seitan si ottiene estraendo il glutine dalla farina di frumento; successivamente lo si impasta e lo si lessa in acqua insaporita con salsa di soia, alga kombu e altri aromi. Di aspetto simile alla carne, il suo sapore è invece più delicato e la sua consistenza più morbida, anche se spesso quest’ultima varia da un tipo di seitan all’altro”. Bene, caro seitan già mi stai antipatico. Tu non sai perché ma io si.

Cero di allontanare dai miei pensieri il seitan e la sua bacheca. E spero che la destinataria del messaggio rimanga soffocata da questa strana cosa.

Ritorno a me. Penso a quello che mi piacerebbe fare. Girare. Conoscere mondi. E di mondi ce ne sono tanti. Anche dietro l’angolo, senza bisogno di prendere il passaporto, di imbarcarsi su un aereo o di attraversare l’Italia sulle rotaie. L’isola felice puoi trovarla su un muro, dietro un albero, nel succo di una ciliegia o in una goccia di xanax (sdrammatizzo, è l’unica!). Sicuramente non può stare a casa, per ora. Piena di scatoloni e vuota di tante cose. Per prima lei. Lei che adesso dice di dover ricominciare da zero e di essere spaventata. E ad un tratto escono senza filtri espressioni romane: ma li mortacci tua. Rende bene, ma forse non abbastanza. Quindi primo passo: fare quello che mi piace. Scrivo ad Alice e le chiedo se posso seguirla un giorno, anche due, nella sua giornata di lavoro. Magari a bordo della vespa potremmo fare un “tour” alla ricerca delle sue opere, sui muri di Roma. E’ una idea, che mi fa star bene. Poter raccontare e vivere altro. Vedere nuovi mondi ed emozionarmi, di nuovo. Spero che dica di sì. Nel frattempo cerco altri artisti, di strada. Deve essere un viaggio, una scoperta, una riscoperta. Lo zaino è pronto. La macchina fotografica è carica e la penna il taccuino nella mia borsa non mancano mai.

oui
oui

 

Il professor Whisky

Non è un mio nuovo amico. Altrimenti di cognome farebbe Torbato. Certo avere come amico il signor Whisky sarebbe bello. Questa volta invece si tratta di un esserino che ancora non ha visto il mondo ma lo sente da dentro una pancia. Come Pinocchio nella balena. Il professor Whisky forse è un personaggio di qualche cartone animato ma mi piace pensare che sia un nome di fantasia scelto dalla sua sorellina. Lei ha quasi cinque anni e lo desidera tanto, come può desiderarlo una donna che non può avere figli. Arriverà, forse sarà un lui. E per me sarà sempre il professor Whisky. E come primo regalo riceverà un tappo.

chissà che fine fanno i ricordi col tempo (youth)

Sorrentino bocciato. Scontato e banale. Nessuna emozione. Forse solo qualche dialogo è da salvare. Appena qualche frame. Io promossa. Avevo il biglietto della lotteria in mano, quello vincente. Quello che cerco da mesi e l’ho strappato. Perché non ne avevo bisogno. E’ per questo che ti ho detto no. Ho detto no alla tua “bella serata” che volevi trascorrere con me. Per mesi ti ho chiesto di vederci. Adesso che parti, che lasci Roma hai deciso che volevi salutarmi ma che non era un addio. Troppo facile. Hai deciso sempre tu. E pensi che io sia come le altre. Ti sbagli. Pensi che tutto si possa risolvere andando a vedere una mostra, con una cena. Non è così. Mi hai lacerato. Mi hai messo in crisi. Te ne sei andata da casa in 12 ore. Lasciandomi da sola. Ti ho cercato e spesso non hai risposto. Ti ho chiesto aiuto e non potevi darmelo, non volevi. Ecco, sinceramente non potevamo salutarci come se nulla fosse accaduto, come se una spugna potesse assorbire il caffè rovesciato da una tazzina di vetro. Un colpo di spugna sulla tua coscienza. Senza lasciare una traccia, una macchia. E’ la cosa che desidero di più, vederti, essere di nuovo tua  ma io ti amo e tu no. Sei già di un’altra. Ieri ho iniziato a preparare gli scatoloni con le tue cose. Ho fatto fatica a capire cosa fosse mio e cosa fosse tuo. Mi sentivo dentro un film e mi immaginavo ad impacchettare libri strappati, piatti rotti e cocci di vetro. Ma ci sto provando. Sto provando a separarmi da te, da una illusione. Dalla tua leggerezza. Crescerai prima o poi e imparerai a non fare più male. Io sto qua. Non so per quanto tempo ancora. Forse per sempre, forse fino a stasera. Chissà.

 

Milano è una città di frontiera

io da Roma non ci passo più. Ieri sera la notizia. Una lunga telefonata che non avrei mai voluto ricevere: era lei, dal treno, di ritorno da Firenze. Sai mi trasferisco a Milano. Quando? Da metà giugno. Tuffo al cuore. Lacrime. Niente singhiozzi. Lei non lo nota. Parliamo del più e del meno. Fingo di essere felice. Ma in realtà a tre mesi dalla separazione mi sembra di ricevere il colpo mortale. Quello che ti fa vedere tutto buio. Che ti lascia senza forze. E in una valle di lacrime. Dove sono immersa da ore. Un pianto inconsolabile. Mi dice che va a vivere col suo migliore amico. Che è l’unica cosa positiva. Che l’ha desiderato tanto ma ora ha paura. Cerco di essere forte e le dico “finalmente vai dove volevi. È una bella responsabilità”. “Non so quanto durerà, – dice lei – poi non so quanto lui, lo chiamerò il gatto, starà a Milano”. E quelle parole mi rimbombano nella testa, penso già che prima o poi andrà a vivere con lei. Controllo la mappa e se le mie informazioni non sono sbagliate abiteranno a meno di 2 km. Cinque minuti di macchina, un quarto d’ora a piedi. Fumo e piango. Le lacrime bagnano le sigarette. Le accendo, una dietro l’altra. In maniera compulsiva. Provo a pensare che adesso potrò girare per le strade di Roma senza aver paura ma soprattutto speranza. Di incontrarla. E mi sento sconfortata. Ritorna il mio odio verso questa città. Dove mi ero ritrovata grazie a lei. Mi sento sola e sento di averla persa per sempre. Penso al giorno, che arriverà presto, in cui dovrà portare via le sue cose. Inizio a guardarle e toccarle una per una. Penso che voglio cambiare vita, a partire dal lavoro. Devo lasciarlo. Anche lui mi fa male, mi soffoca. La telefonata continua, ad un certo punto pare anche possa venire a casa. Ma è stanca. Si è svegliata presto. Male di testa, ciclo e non so che altro. Mi dice domenica passiamo una bella serata. Vorrei andare a vedere la mostra di la chapelle. L’ho già vista ma ci torno, volentieri, affermo. Ma poi che senso ha? mi chiedo per tutta la notte. Ora vorrei solo poter chiudere la porta di casa e lasciarmi tutto alle spalle. E invece sono qua, eh già.

poi però…

l’ho conosciuta per caso. Su WAPA, una specie di tinder di “settore”. Così, come per caso, le ho chiesto l’amicizia su facebook.In una di quelle giornate compulsive in cui cerchi qualcosa. Ma non sai cosa. Ci scambiamo i numeri e lei ha già il mio. Rimango sorpresa. Lei mi suggerisce di cercarla col suo nome più brenda. Niente da fare. Registro il numero e mi accorgo di averlo anche io. Avevo registrato il suo nome con un cognome “noname”. Grande risata e stupore. E penso che sia un segnale. Positivo o negativo non lo sapevo ancora. Ora lo so. E’ stato un segnale positivo. Ora c’è. Veniamo dalla stessa città. Anche lei viene “fuori” da una storia. Anche lei vive tra alti e bassi. Ma è stata una piacevole scoperta. Una nuova, vera amicizia. Grazie a lei ho ricominciato ad uscire. Ho conosciuto persone nuove. Carine, affettuose, presenti. In mezzo alla nebbia spunta un raggio di sole. E ti riscaldi. Il sorriso che avevi perso ogni tanto ritorna sul tuo viso. All’improvviso. Certo non è quello di Jocker e manco quello di Berlusconi. Gli occhi brillano di nuovo e non solo per le lacrime. Perché ti confronti, perché ad un tratto ti sorprendi di nuovo per cose belle. Perché la sua presenza è gratuita, inaspettata e bella. Come lo sono le persona che la circondano e che in qualche modo circondano anche me. Forse ho messo su un chilo, perché mi fa mangiare. Perché in fondo, nonostante il sottofondo, la struttura crollata, senti che puoi stare meglio. E che le cose possono cambiare. Che puoi rimanere sorpresa anche per cose belle. E quindi grazie noname…ci vediamo ad Amsterdam :-).