Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…

ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale

Contatti. L’unica cosa che riesco a guardare di suo è YOUTUBE. E quando ascolta una canzone sto lì per minuti a pensare cosa le passa per la testa. Faccio una specie di parafrasi di ogni frase: 1) ti hanno visto spogliata la mattina, birichina biricò. 2) Mentre con me non ti spogliavi neanche la notte…3) ti hanno visto alzare la sottana,
la sottana fino al pelo. Che nero! 4)te ne sei andata via con la tua amica, quella alta, grande fica. Tutte e due a far qualcosa di importante, di unico e di grande, io sto sempre in casa, esco poco,
penso solo e sto in mutande. 5)Quindi, normalmente, sono uscito dopo una settimana non era tanto freddo, e normalmente
ho incontrato una puttana.

Mi parte l’embolo (come mi diceva lei). E non riesco più a fermare i miei pensieri. Ora manca come il mare, come l’aria. Pure alla cana pelosa e nera. E’ triste. Da tempo. Ieri al telefono Just mi ha detto: “beh ora stiamo a fare proiezioni sul cane. Tutti a proiettare, grandi registi siamo. Quell’altro (riferendosi a Camel) è sempre molto preoccupato per te. Ma in realtà proietta. E ha paura che stai ancora male”. Io: “eh, sì Just sto una merda. La mattina mi sveglio perché lei mi chiama nel sogno “angioletto mio”. Just: “ah, quindi siamo pure di apparizioni. Molto bene”.

Torno a casa, dopo il medico, e piango. Di nuovo. Stamattina le analisi. Oltre al litro di sangue mi hanno sucato anche 263 euro. E penso sempre alla frase della “mamma”: non vuoi vedere come va a finire?”. Sinceramente non so se ne ho voglia.

Moravia e L’Havana

Scambi di messaggi in chat. A quel punto gli scrivo: “mi sa che voglio il tuo numero così mi racconti meglio”. Lui, il mio uomo a L’Havana, mi risponde: “vai, vai”. Passano dieci minuti e lo chiamo e mi racconta di ieri sera a Casa Moravia. “sai, la casa è come lui l’ha lasciata prima di andarsene via. Avrei voluto rubare le scarpe, ma non mi sembrava il caso. E poi la stanza da letto è ancora con i vestiti sul letto”. Ci rifletto: “quindi potrei fare la scrittrice, visto che c’è gente “di livello” che fa come me. Anche io per mesi ho lasciato alcune cose immobili, tipo lo yogurt in frigo. Ma mica solo quello…”. Il mio uomo dice “si, si la situazione mi è molto chiara, comunque te li ho salutati”. Quindi la Maraini ha lasciato tutto come era, come un museo. Certo però lui è Moravia, lei no. Alla cena c’erano anche loro : gli scrittori. Lei era molto curiosa di sapere dove ci fossimo conosciuti e mister L’Havana gli raccontato della nostra cena parigina in salsa sicula, della chitarra, del pianoforte, della pasta e di tante altre cose. Tutto come previsto. Ha fatto il suo sporco e grato lavoro e presto arriverà a destinazione.

RTP

Il gatto l’avevo lasciato là. Appeso a un post. Poi in realtà le cose sono andate diversamente e vederlo mi ha fatto molto piacere. Lontano dal resto. E siamo stati bene, tranquilli come sempre. Spesso mi manca anche lui. In qualche modo era parte di me, come lui era parte di lei ed io anche. Ci scriviamo ogni tanto e poco. Perché lei è gelosa, anche della mia vita nuova. Come se la colpa fosse mia se siamo rimaste chiuse fra quattro mura per sere. Questo no. Non posso accettarlo. E se ora passo da una terrazza ad un anfiteatro, da un circolo ad un concerto, da cene a partite di calcetto è perché sono libera dai suoi orari e (purtroppo) anche da lei.

metti una sera a cena

Piove. Prima di arrivare a destinazione spunta l’arcobaleno. Sono in macchina con superattico. Scatta foto d’ordinanza che subito viene condivisa nel mondo virtuale. Funziona così, ormai. Lei, la piccola francese, sta al numero 3 di una via vicino Villa Torlonia. Secondo piano, credo. Mi guardo intorno: un pianoforte con due spartiti, metri di libri che riempono gli scaffali, due divani, una poltrona, una piastra per vinili, un candelabro con cinque o forse sette braccia. Sette come noi a tavola. Cinque donne e due uomini. Più che altro sembra una riunione LGBT. Ognuno a vomitare la sua storia, la propria tragedia. Anzi sembra più un incontro di terapia di gruppo. Poi il colpo di scena: Pop ha un blog e qualche giorno fa lei le ha scritto per complimentarsi. Sarà il primo complimento di una lunga serie. E io rido. Scatta strategia. E vedremo come va a finire. So solo che non cambierà mai. Ecco, anche queste sono certezze. Il vino scorre nelle vene e nella testa. I calici si svuotano velocemente. Le bottiglie anche, una dopo l’altra. Perdiamo il conto. Superattico e la francesina si alternano alla chitarra. Canzoni italiane e non. Cantiamo, quasi urliamo, come se volessimo liberarci di qualcosa. Battisti, la Vanoni, Carmen Consoli, Rino Gaetano fino ad arrivare a Baglioni. Ci salva la musica. Scopriamo amici in comune. Amici di ex. Amici di amici. E così via per tutta la serata, a fare curtigghio. Anche questa è la nuova vita. Se solo…non lo scrivo. E’ una boccata di ossigeno. In macchina al rientro chiedo a superattico: ma si vede che sono lesbica? Si perché ogni tanto mi chiedo se si capisce, se sono respingente, se non sono pronta. Se le altre donne mi guardano come faccio io. Se ci sarà qualcuna dopo di lei. Je suis prêt

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.

Chiedimi se sono felice

Qualche giorno fa, dopo la seduta del mercoledì, prendo l’iPhone e chiamo mamma. Squilla. “Mamma, ma quando ero piccola ero felice?”. Lei, perplessa, pone la stessa domanda a papà che era accanto a lui. In sottofondo Martina che abbaia (ormai lo fa sempre quando le preparano da mangiare). Poi il silenzio. Si consultano: “Ecco sicuramente eri una rompi coglioni. Insoddisfatta”. Vi risparmio alcuni racconti però scopro quel che mi interessa e che sento da tempo. Sono sempre stata insoddisfatta. Il vocabolario della Treccani dice:
insoddisfazióne
insoddisfazióne (tosc. e letter. insodisfazióne) s. f. [comp. di in-2 e soddisfazione]. – L’essere, il sentirsi insoddisfatto, cioè non appagato in ciò che si chiedeva o voleva: esprimere, dichiarare, non nascondere la propria i. (per la risposta deludente ricevuta, per lo scarso riconoscimento avuto, ecc.). Più com., sentimento di intima scontentezza dovuto a cause determinate e spesso provenienti dalle azioni proprie, dal proprio operato o comportamento, o anche senza cause apparenti, e perciò vago e indefinito: i. di sé, della propria vita; avvertire, essere oppresso da un profondo senso d’i.; in partic., i. dei sensi, i. sessuale, o assol. insoddisfazione, senso di inappagamento, di frustrazione fisica e psichica conseguente a rapporti sessuali incompleti o comunque deludenti, oppure provocato dalla rarità dell’accoppiamento rispetto ai proprî stimoli e bisogni.

Bene, e con questo è tutto. Per ora.