convinzioni e discussioni

Ci sono cose che sai. E le sai dal primo momento. Da dieci anni. E questa è una cosa che io so da allora. Da dieci anni, appunto. Ci ho provato. Non una sola volta ma più volte. Ho provato ad amarla, ma poi le mi tradisce, mi respinge. Roma è così. E ancora non ci siamo prese. E forse non ci prenderemo mai. Io e la sua immensità. Così realizzi con forza che la stabilizzazione rischia di soffocarti perché  ti lega a un posto che non vuoi, che non senti tuo, dove sei ospite. Più o meno come un matrimonio sbagliato. E ne discuti per ore. Ma nessuno capisce fino in fondo che è il posto sbagliato.

Ancora

Più si avvicina, più si allontana. Potrebbe essere una affermazione ma anche una domanda. E, manco a dirlo, la risposta non la conosco. Sarebbe bello però che fosse realmente così. E forse solo così si spiegano le lacrime di domenica. Il cercarsi allo specchio con il volto rigato dal pianto. Accendersi una sigaretta. Respirarla, con la stessa intensità di un anno fa. Nello stesso salone, del libro. Nella stessa Torino. Come se il tempo si fosse fermato. Mi fa paura. Mi angoscia. Mi disorienta. Dicono che è normale. Sarà la ricorrenza, la rabbia che non mi abbandona.  Ancora. Cerco spiegazioni e le trovo (più gli altri che me) nel futuro, nel presente. In quello che sto per fare. Se va bene avrò qualcosa, qualcuno di bello a cui pensare. Sarò costretta a guardare al futuro. Come se tutto il resto non bastasse. Io per prima.

Quello che sono

Lo devo anche a lei, a Laura Tusa che se ne è andata via. Mi rammarica non aver avuto sue  notizie negli ultimi anni. Forse, a parte qualche sporadica ricerca su internet, l’ultima la settimana scorsa, non ho voluto avere sue notizie. L’ultima volta che provai ad averne le scrissi una lunga lettera, mi rispose freddamente. Poi qualcuno mi disse che aveva la demenza senile, l’alzheimer o chissà che. E allora amareggiata mi ritirai in buon ordine, anche quella volta che la incontrai in piazza Indipendenza. Oggi i funerali. Lei era l’insegnante perfetta. Quella che ti cazziava ma ti faceva amare il latino, il greco, le origini.  E mi viene in mente : Per attraverso sonar risuonare. Così era chiamata in antichità la maschera indossata dagli attori, che oltre a coprire il volto funzionava da amplificatore per la voce.
Siamo tutti  persone con maschere. Ovunque andrai a finire, cara Laura Tusa, ti ricorderò con immenso affetto, gratitudine e stima. E chissà se hai mai letto Signori Bambini di Pennac.

non c’è tempo

A domanda rispondo. Ma non puoi venire? Ormai non c’è più tempo, la prossima settimana inizierò sicuramente con la terapia e non so quanto sia opportuno viaggiare coi farmaci.

Ma così non faremo l’amore. Non ne avrai voglia. E’ possibile, ma non lo so. Non mi ero posta il problema. Ormai è partito il conto alla rovescia. E la banca aspetta solo me. E io aspetto solo loro.

Così scorrono le ore di una domenica mattina a distanza, da giorni. Una di quelle distanze che sembra incolmabile. Per cui non bastano più le parole parlate al telefono, le emiticon di whatsapp, le canzoni condivise su facebook.

Siamo a circa mille km di distanza, ma a volte, certe notti, sembrano anche 10 mila km. E non c’è niente che li annulla. Nulla. E tutto diventa così irreale, che manco in un film di fantasy.

Pensavo che fosse andata diversamente. E invece no. Ma perché? Io il mio spazio (ancora infelice), lei il suo. Ognuno col suo tempo. Il mio umorale, il suo coi bambini e con amiche (che non mi piacciono). Ci proviamo ogni giorno. Stringiamo i denti. Progettiamo contro tutto e tutti. Spero solo che il futuro ci darà ragione.

 

ai tempi della Cirinnà

oggi è la festa della mamma e al di là di leggi, di tribunali e sentenze oggi sarebbe anche la mia festa. Cioè potrebbe essere la mia festa ma forse non lo è. Abbiamo corso, ci siamo fermate, abbiamo discusso su come crescere i gemelli. Abbiamo preso posizioni differenti e oggi, pensandoci bene, non sono mamma più di tanto.  Per la distanza tra me e loro. Per loro che preferiscono altro, le zie. Per la mamma biologica che spesso mi contraddice. Lo accetto a malincuore, ma così è. Poi arriva la telefonata, quella della mattina che si conclude con “non mi hai fatto gli auguri per la festa della mamma”. E all’improvviso arriva un sospiro, di sollievo. Non perché sia felice per quel rimprovero ma perché per fortuna la pensiamo allo stesso modo. La viviamo allo stesso modo. Io sono la compagna della mamma, non la mamma dei gemelli. Prima o poi saremo forse una famiglia, vera. Ma come si fa quando l’amore vive altrove? Forse un terzo figlio riequilibrerebbe le cose, il rapporto, la famiglia. E Siviglia è sempre più vicina.