Desolation row 

Il titolo dovrebbe essere un altro:  Desolation city. È una canzone di Bob Dylan (quella nel titolo). E questa volta siamo stati invitati tutti al karaoke. Così succede che un pomeriggio che è triste perché sei tornata da un viaggio (della speranza) ti trovi col tuo amico Cilento su un autobus con dogismylove verso Trastevere. Un luogo che per 5 anni è stato una piccolo porto, di passaggio, per tanti viaggiatori. E ti ritrovi in una delle piazze che dovrebbe essere tra le più  belle di desolation city con la Fontana (il corettore la scrive con la f maiuscola perché almeno lui ne ha rispetto ) le cui scale sono in parte recintate da una fitta rete arancione. Alzi gli occhi e quella chiesa che per anni (per via del suo mosaico) ti ha riportato alla mente Monreale è avvolta in un cellophane. La bellezza la puoi solo ricordare o puoi lavorare di fantasia. Così trastevere diventa il simbolo di desolation city; lo dice anche l’edicolante che a domanda risponde : “la città è depressa, non c’è sta niente. Un evento culturale. Una iniziativa”. E così quel signore che da anni sta la diventa depositario di una triste e dolorosa verità. La verità che pensavo fosse una mia percezione, un mio distacco, è un dato. Di fatto. Roma è ormai altrove. Distante. Lontana. 

Quando si cresce? 

Te lo chiedi quando in giro, sui social (eh!) vedi la notte degli altri, i sabato sera, le discoteche, gli aperitivi, le uscite, la vita. Tutto torna e tutto stride. Vorresti essere fuori da quei desideri. Vorresti già essere oltre e altrove. Come se crescere automaticamente mettesse fuori dalla tua vita il divertimento e così potresti salvarti. Così potresti smetterla di guardare la vita degli altri, di fare paragoni, così potresti iniziare a godere di quello che hai. E invece sempre lì a massacrarti il cervello, a vedere quello che non hai, a guardare al passato, e a pensare ad un futuro catastrofico. Così non se ne esce. Me lo ripeto ogni giorno. Tipo mantra. Questa vita così non mi appartiene. Un tempo sorridevo. Ora per strapparmi un sorriso ci vuole un miracolo. E c’è una piccola creatura (che ancora non c’è) che già si porta dietro il peso di una responsabilità. Penso a Palermo e mi fa paura. Penso a Roma e mi fa tristezza. E se il problema fossi io? E non il luogo? Si può essere felici ovunque?  Come si fa? Che rumore fa la felicità? Dove è andata a finire ? Chi me l’ha rubata di notte? Che responsabilità ha il lavoro? Vorrei un cambiamento, forte. Spero che arrivi dalla Siviglia. Da una nuova vita. 

Quel divano rosso 

Questa felicità non si fa proprio acchiappare. Sfugge. Anzi, a volte sembra proprio che scappi. Continuo a trascorrere gran parte del mio tempo su quel divano rosso. Ciondolo da un social all’altro. E penso. Domani si parte. E vorrei che fosse già domani. Oggi c’era il sole. E io l’ho visto poco. Nel frattempo c’è stata una notte di mezzo, un altro tempo quello dell’attesa. Ora di nuovo sul divano rosso sempre in attesa. In attesa di un treno per prendere un aereo.

Quasi primavera? 

Ci sono quelle sere in cui ti metti a letto per finire una giornata della quale non sai quasi che fartene. Poi però se ci pensi hai visto il cielo e il sole d’inverno. E una luce che sembrava primaverile. Ed è subito nostalgia. Di una vita che non hai. Che forse non hai mai avuto se non nei sogni, nei desideri. E speri davvero che presto qualcosa possa cambiare, che quella luce ci sia sempre. E che sia la luce degli occhi, dell’amore.  

Pinot bianco 

Ad un certo punto una sera dopo un numero indefinito di bottiglie di Pinot bianco quello che per settimane è stato dentro una pentola a pressione BOOM ha fatto il botto. Così le lacrime che per lungo tempo hanno irrigato i pensieri, la rabbia, la delusione, la mortificazione si fanno spazio tra i condotti oculari. È l’inizio della calma. Forse bastava così poco per respirare di più. Forse. La verità è che quando c’è qualcuno che se ne va via, che lascia l’ostile Roma, che cambia vita io piango. Piango perché mi dispiace e piango perché io non vado via. È successo con Stromboli e con Perù. Loro hanno avuto il coraggio di lasciarsi alle spalle un non luogo: Roma. È una città che ti risucchia che ti prende molto ma che non ti da nulla se non di notte o all’alba quando tutto è fermo, immobile e la sua bellezza ti riempie l’anima. Roma è così. E oramai io mi sono prosciugata all’ombra dei setti colli.