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esterno giorno

l’odore acre di benzina, il lamento dei gabbiani, un rumore di sottofondo come di un motore fuoribordo. Se chiudi gli occhi è mare. Senti la brezza sulla pelle, il sole tiepido delle nove del mattino, guardi l’orizzonte e sembra quasi che l’acqua di mare con il suo sale sia diventata una chiazza di olio. Giù, in fondo a sinistra, intravedi la sagoma di Ustica che si allunga. Alle spalle delle case basse, di pescatori, sghembe, senza armonia. Dai colori disparati (e anche disperati). Una nota stonata: la villa del Sindaco, ormai decadente come lui. Ti piace farti dondolare dalle onde, onde lunghe. Ritmate. Onde che leggermente sbattono sulla chiglia della barca. Come se facessero l’amore. Dolcemente. Tu e il mare. Nessun altro. Perché è così che ora lo desideri. Poi apri gli occhi e ti ritrovi curva su una scrivania a ticchettare sulla tastiera. L’odore di benzina è quello di una motozappa o forse di una falciatrice intenta a sistemare i giardini del Quirinale. Il rumore è il loro. I gabbiani sono quelli che volano sui cieli di Roma e si bagnano nel Tevere e mangiano dai cassonetti. Il dondolio non è altro che il mal di mare che non c’è.

rinascite

bulbi

Quando sono andata via da Roma sembrava ormai morta. I bulbi erano rinsecchiti, privi di vita. E con un gesto estremo stavo separando la terra dalla sua casa. E questi sette bulbi presi dal gioielliere di via Arenula sarebbero finiti nella discarica di Grottaferrata. Poi, forse perché difficilmente riesco a separarmi dalle cose, l’ho lasciata in terrazza sotto il sole cocente e gli acquazzoni estivi. Convinta che lei così piccola non sarebbe esistita più, nemmeno come pianta morta. E invece con grande sorpresa, domenica, rientrata a casa ho sbirciato quasi con terrore le piante per vedere quali erano sopravvissute a questi mesi estivi e primaverili. Ed eccola: un po’ fragile ma con la voglia di riprendersi, di spaccare il bulbo e venire di nuovo fuori nel nuovo mondo. Ben tornata piantina mia. E bentornata anche a me.

Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.

Siamo a mare

Ci vuole uno bravo. A questo punto forse sarebbe meglio una équipe di esperti. Quasi ogni notte, insieme a lei (che è una costante), torna il mare, l’acqua. In tutte le sue forme. Stanotte pescavo. O forse guardavo qualcuno pescare. Un errore, un amo finito per sbaglio nella bocca di un pesce, o forse di un cane. Forse Mina, forse Martina. Acqua torbida. Come quella del racconto dei racconti, quando il re vestito da palombaro cammina sott’acqua per catturare il drago e portare alla regina il suo cuore. Acqua torbida come quella del fiume in cui camminavo con la testa appena fuori dall’acqua. Cercavo di avvicinarmi alle sponde, mentre delle sanguisughe provavano a salirmi sul volto. Nere e grosse come delle lumache fuori dal guscio. E ancora il mare di Sferracavallo. Io affacciata alla finestra della stanza da letto dei miei a cercare di scattare una foto all’isola. Ma il campo era sporco: c’erano dei sommozzatori, dei gommoni e della pattuglie di polizia o carabinieri sul lungomare. Quando guardavo a occhi nudi, senza interporre tra me e la realtà il telefono, il cielo era grigio, il mare era scuro e increspato. Con l’iphone tra le mani tutto diventava lucente, brillante. l’Isola coi suoi colori forti e il mare dorato per i raggi del sole. Ma Isola a volte diventava l’altra isola, quella che amo. E che avevo trovato e ora ho perso. O il mare di Istanbul. L’onda anomala, delle vecchie cinquecento posteggiate sugli scogli che venivano travolte dalle onde. Una mamma e una bimba. La mamma che salva la bimba vestita di bianco. Io affacciata alla ringhiera della piazza sopra il mar di Marmara. Come il mare del Pozzo, con le sue calette. Suo papà. La jeep blu, come il tappo di una bic. E l’onda improvvisa che se la porta via. Venerdì mare, quello vero. Senza sogni.

in mezzo al mare
in mezzo al mare