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Quello che sono

Lo devo anche a lei, a Laura Tusa che se ne è andata via. Mi rammarica non aver avuto sue  notizie negli ultimi anni. Forse, a parte qualche sporadica ricerca su internet, l’ultima la settimana scorsa, non ho voluto avere sue notizie. L’ultima volta che provai ad averne le scrissi una lunga lettera, mi rispose freddamente. Poi qualcuno mi disse che aveva la demenza senile, l’alzheimer o chissà che. E allora amareggiata mi ritirai in buon ordine, anche quella volta che la incontrai in piazza Indipendenza. Oggi i funerali. Lei era l’insegnante perfetta. Quella che ti cazziava ma ti faceva amare il latino, il greco, le origini.  E mi viene in mente : Per attraverso sonar risuonare. Così era chiamata in antichità la maschera indossata dagli attori, che oltre a coprire il volto funzionava da amplificatore per la voce.
Siamo tutti  persone con maschere. Ovunque andrai a finire, cara Laura Tusa, ti ricorderò con immenso affetto, gratitudine e stima. E chissà se hai mai letto Signori Bambini di Pennac.

Riccio capriccio

Sarà la quinta volta che li taglio, da allora. Oggi più delle altre volte. Taglio nuovo. Spesso ad un taglio nuovo corrispondeva una vita nuova. Oggi invece sembra quasi che mi riappropri di una vecchia vita, di un vecchio taglio: la mia, il mio. Così senza rasature tornano corti,  abbastanza corti. Non come quando avevo 12 anni ma corti per sentirmi un poco più leggera.

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…