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Rosso Parigi 

Si chiama così dal titolo del libro di Maureen Gibbon, della quale non avevo mai letto nulla fino a qualche giorno fa. Un libro sensuale, che ti entra nel sangue, che si trasforma in brividi per una storia di amore, di passione. Un amore per una donna e un amore per un uomo. L’amore per se stessa, per il proprio sesso, per le dita bagnate da lasciare asciugare su una coscia.Così ad un tratto tutto ciò che sembra sopito si risveglia ma non si realizza. Ora con la mente sgombra e con le parole del libro capisco perché, perché mi sono persa. Capisco che ho voglia della dolcezza ma anche della passione, capisco che mi manca tutto questo. E chissà se tornerà più, se avrò ancora la testa sgombra, libera dai cattivi pensieri.

Quasi primavera? 

Ci sono quelle sere in cui ti metti a letto per finire una giornata della quale non sai quasi che fartene. Poi però se ci pensi hai visto il cielo e il sole d’inverno. E una luce che sembrava primaverile. Ed è subito nostalgia. Di una vita che non hai. Che forse non hai mai avuto se non nei sogni, nei desideri. E speri davvero che presto qualcosa possa cambiare, che quella luce ci sia sempre. E che sia la luce degli occhi, dell’amore.  

Vergogna

Un po’ mi vergogno. Perché sono grande e forse non è più consentito sognare. Ma io nei sogni mi perdo, ancora. Per fortuna. E quando mi lascio alle spalle la pesantezza della quotidianità, l’incertezza del futuro e l’ansia della precarietà. Volo. In alto. Pure se piove, come stamattina. E poi con il tempo libero che ho leggo storie, vedo foto e immagino vite. Quelle degli altri. Anzi no. Quella nostra. E vorrei ( e lo so che ti arrabbi mentre a me si forma un nodo in gola) che a volte quelle vite fossero anche in minima parte la nostra. E invece no. C’è questa pesantezza che ci porta via. Il sorriso. La spensieratezza. Ogni momento. Ogni singolo momento è appesantito. Ogni cosa che potrebbe essere bella perché semplice cambia forma. Penso a quando siamo andati a Menfi. E alle lamentele per il posteggio. Per il passeggino. Lì a ricordarmi (nonostante fossimo munite di passeggino) e a ricordarlo al mondo intero che “lei è convinta che i bambini sono grandi. Siamo le uniche che non ci portiamo dietro il passeggino”.

Non so perché ci sto pensando ora. Boh. Forse penso a un giorno qualunque che poteva essere di serenità e invece qualcosa come sempre è andata storta. Io la ricordo così quella giornata. Magari tu hai altri ricordi.

Ridiamo amore? Riusciamo più a guardarci negli occhi con amore? Abbiamo più quella luce sul volto? Mi capita spesso di guardare le foto di una estate fa. Quelle del nostro profilo e gli occhi ridono. Il cuore batte.

Lo preciso perché non voglio equivoci. Non ne hai colpe. E se ci sono non sono solo tue. Ma ti sto dicendo quello che a parole spesso non riesco a dire. E per me non è da adolescenti scrivere. A me viene meglio farlo così. Da sempre.

A volte penso a noi, ai bambini. A noi che CON IL PASSEGGINO andiamo in giro per Palermo. Per la città. Che viviamo. Vorrei fossimo altro. Vorrei che ci impegnassimo per diventare altro. Lo so che è rischioso e scivoloso questo ragionamento ma non posso tenerlo dentro. Non posso più. Mi pare che manchi qualcosa? Cosa? Intimità? Condivisone? Progettualità ? Crederci veramente? L’amore no. Almeno non per me. Non starei qui a scriverti queste parole

Per ora è stato tutto in salita. E non sappiamo come sarà poi. Ma amore ho bisogno di sentire qualcosa che mi manca. Forse sei tu che mi manchi. Sentire che mi vuoi. Che mi desideri. E non parlo di sesso. Di letto. Parlo di testa. Di mani. Di cuore. Di occhi. Di parole.

Tua

Primo soccorso

Ha il suo fascino. Cinquant’anni, se non di più. Un filo leggero di perle intorno al collo e due grosse perle appese alle orecchie come addobbi. La camicia sagomata che sembra, per effetto del proiettore, color perla. Di seta. Come i capelli,di un colore indefinito tra il biondo e il bianco. Sarebbe curioso se avesse 15 anni meno. Curioso? No, forse la parola giusta è interessante. Anche se io so stare solo al mio posto e credo che di questo un giorno mi pentirò. Sarà in quel momento che capirò quante cose mi sono perse. E quante cose non recupererò mai. Ho fatto rinuncia oggi. Per amore. Ancora una volta, per amore. L’ho fatta. Punto. Basta questo.  Tutto il resto verrà da se.  Oggi la mia vita sarebbe potuta cambiare o anche il contrario. Intanto è tutto rimandato. A tempi migliori. Passa il tempo e sembra non passare. Speravo di trovare più comprensione, più empatia. Mi si chiede ma non mi si dà. Funziona così. C’è un anello debole e uno forte.  E a questo giro sono, anche a questo giro, l’anello debole. E non posso essere altro che questo. Ci ho lavorato, anzi non ci ho lavorato e questo sono. Mi è tutto chiaro. Lo scelgo, lo analizzo, lo sviscero, lo frullo, lo metto in freezer per giorni come se fosse un tocco di carne macellato. Poi però non sai finché non lo mangi che sapore e che consistenza ha. Se ci sono nervature, se i pezzi andavano frullati ancora di più. Lo scopri poi. Ancora non sono arrivata alla fine della catena “dal produttore al consumatore”. E vorrei farlo per capire cosa ho frullato. E rimandare mette ansia, una attesa non necessaria. E ritorna tutto a galla come la merda. La donna merda.

esterno giorno

l’odore acre di benzina, il lamento dei gabbiani, un rumore di sottofondo come di un motore fuoribordo. Se chiudi gli occhi è mare. Senti la brezza sulla pelle, il sole tiepido delle nove del mattino, guardi l’orizzonte e sembra quasi che l’acqua di mare con il suo sale sia diventata una chiazza di olio. Giù, in fondo a sinistra, intravedi la sagoma di Ustica che si allunga. Alle spalle delle case basse, di pescatori, sghembe, senza armonia. Dai colori disparati (e anche disperati). Una nota stonata: la villa del Sindaco, ormai decadente come lui. Ti piace farti dondolare dalle onde, onde lunghe. Ritmate. Onde che leggermente sbattono sulla chiglia della barca. Come se facessero l’amore. Dolcemente. Tu e il mare. Nessun altro. Perché è così che ora lo desideri. Poi apri gli occhi e ti ritrovi curva su una scrivania a ticchettare sulla tastiera. L’odore di benzina è quello di una motozappa o forse di una falciatrice intenta a sistemare i giardini del Quirinale. Il rumore è il loro. I gabbiani sono quelli che volano sui cieli di Roma e si bagnano nel Tevere e mangiano dai cassonetti. Il dondolio non è altro che il mal di mare che non c’è.