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Una persona per bene

È fatta. Ci riesco. Dopo settimane di tentennamento mi stacco dal bunker e prendo un volo. Direzione terra!!! Alla Cristoforo Colombo. No, niente America. Ma nella mia terra. Siamo cinque. Due lui e due lei. Conosco poco, ma quel poco che mi basta per sentirmi a casa, i ragazzi. Un’estate fa tra un vicolo e una birra rovesciata. Quando stavo scoprendo il nuovo mondo. E mi appartengono. Non nel senso di possesso ma di famiglia. E non parlo della famiglia dei froci. Ma parlo di persone che mi hanno conosciuta per come sono. Dopo ore di ritardo, arriviamo. Al terminal mi accoglie un amico di Catania. Ascoltato tanto dai pentiti: “no, signor giudice io ascolto solo radio maria e radio radicale”. Tutto questo detto in un dialetto siciliano da far invidia a Montalbano. Ascolto i suoi racconti dell’ultimo processo, mentre mangiamo cozze seduti a un tavolo di plastica rivestito da una tovaglia di carta. Grande parlatore. E ad un tratto Catania mi sembra bellissima. L’odore del mare. I gozzi così fermi da sembrare sulla terra. Le luci fioche. La musica commerciale di un locale accanto. Musica che in altri momenti avrei odiato, ma ora interrompe i pensieri. In aereo conosco Michele, giornalista (fa ufficio stampa ma non ho capito per chi). Mi colpisce subito. Sembra uno di quei personaggi uscito da un film degli anni 50, baffetto e occhiali. Testa riccia e castana. Ha la mia età. E penso: è una persona per bene. Chiacchieriamo e il tempo passa. Io provo maldestramente a farmi delle foto, con l’ipad. In testa ho una sciarpa vietnamita. E sembro una fondamentalista islamica. Penso a Michele e spero che trovi una persona che lo ami (magari ce l’ha già una donna o uomo) perché mi sembra troppo per bene.