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Desolation row 

Il titolo dovrebbe essere un altro:  Desolation city. È una canzone di Bob Dylan (quella nel titolo). E questa volta siamo stati invitati tutti al karaoke. Così succede che un pomeriggio che è triste perché sei tornata da un viaggio (della speranza) ti trovi col tuo amico Cilento su un autobus con dogismylove verso Trastevere. Un luogo che per 5 anni è stato una piccolo porto, di passaggio, per tanti viaggiatori. E ti ritrovi in una delle piazze che dovrebbe essere tra le più  belle di desolation city con la Fontana (il corettore la scrive con la f maiuscola perché almeno lui ne ha rispetto ) le cui scale sono in parte recintate da una fitta rete arancione. Alzi gli occhi e quella chiesa che per anni (per via del suo mosaico) ti ha riportato alla mente Monreale è avvolta in un cellophane. La bellezza la puoi solo ricordare o puoi lavorare di fantasia. Così trastevere diventa il simbolo di desolation city; lo dice anche l’edicolante che a domanda risponde : “la città è depressa, non c’è sta niente. Un evento culturale. Una iniziativa”. E così quel signore che da anni sta la diventa depositario di una triste e dolorosa verità. La verità che pensavo fosse una mia percezione, un mio distacco, è un dato. Di fatto. Roma è ormai altrove. Distante. Lontana. 

48 ore

Me l’avevano detto ma non ci credevo. Loro parlavano, vomitavano
parole fastidiose, e io piangevo. Senza sosta. Poi succede che una
mattina ti svegli, capisci di aver dormito e ti ritrovi serena, con la
testa sgombra e con la voglia di cominciare la giornata, per vedere
come va a finire. Per sentirla.

Così ti alzi dal letto, accarezzi il cane dolcemente, tiri su la
serranda, vai verso la cucina, prendi il bicchiere e conti le gocce.
Venti. Prendi la chiave della terrazza, appesa sul calendario e ti
accorgi che martedì non hai messo la croce sul calendario e nemmeno
mercoledì. Sorridi, ti infili dei pantaloncini modello “punkabbestia”,
viola a scacchettoni, che ti scivolano, cambi la canottiera e indossi
una maglietta a maniche corte. La scegli accuratamente. Non hai voglia
di indossarne una che ti ricorda lei.

E, così, comincia la giornata. Col sorriso. Hai paura, perché in 48 ore è
cambiato qualcosa e in meglio. Ed è bello. Strano. Ma ti fa stare
bene. Non ti stacchi un secondo dal telefonino. E all’improvviso ti
senti un’altra donna.

Non sai se e cosa sarà, ma questa volta si vive day by day. Senza
fretta (anche se hai una voglia matta di vederla, di dormire con lei,
di baciarla, di stare tutti e quattro insieme). Certo hai paura
che sia un fuoco di paglia. Perché eri finita dentro ad un pozzo. E ci
hai messo mesi per risalire. Per riemergere, anche grazie agli altri,
agli amici, vecchi e nuovi. Hai una consapevolezza: da oggi nel pozzo,
se mai ci andrai accanto, potrai al massimo sederti sul bordo con le
gambe a penzoloni. Ma sai che non ci puoi cadere più. Il resto non lo
sai. Questa è la vita e a quanto
pare va vissuta.

Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.

ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale

Contatti. L’unica cosa che riesco a guardare di suo è YOUTUBE. E quando ascolta una canzone sto lì per minuti a pensare cosa le passa per la testa. Faccio una specie di parafrasi di ogni frase: 1) ti hanno visto spogliata la mattina, birichina biricò. 2) Mentre con me non ti spogliavi neanche la notte…3) ti hanno visto alzare la sottana,
la sottana fino al pelo. Che nero! 4)te ne sei andata via con la tua amica, quella alta, grande fica. Tutte e due a far qualcosa di importante, di unico e di grande, io sto sempre in casa, esco poco,
penso solo e sto in mutande. 5)Quindi, normalmente, sono uscito dopo una settimana non era tanto freddo, e normalmente
ho incontrato una puttana.

Mi parte l’embolo (come mi diceva lei). E non riesco più a fermare i miei pensieri. Ora manca come il mare, come l’aria. Pure alla cana pelosa e nera. E’ triste. Da tempo. Ieri al telefono Just mi ha detto: “beh ora stiamo a fare proiezioni sul cane. Tutti a proiettare, grandi registi siamo. Quell’altro (riferendosi a Camel) è sempre molto preoccupato per te. Ma in realtà proietta. E ha paura che stai ancora male”. Io: “eh, sì Just sto una merda. La mattina mi sveglio perché lei mi chiama nel sogno “angioletto mio”. Just: “ah, quindi siamo pure di apparizioni. Molto bene”.

Torno a casa, dopo il medico, e piango. Di nuovo. Stamattina le analisi. Oltre al litro di sangue mi hanno sucato anche 263 euro. E penso sempre alla frase della “mamma”: non vuoi vedere come va a finire?”. Sinceramente non so se ne ho voglia.

Siamo a mare

Ci vuole uno bravo. A questo punto forse sarebbe meglio una équipe di esperti. Quasi ogni notte, insieme a lei (che è una costante), torna il mare, l’acqua. In tutte le sue forme. Stanotte pescavo. O forse guardavo qualcuno pescare. Un errore, un amo finito per sbaglio nella bocca di un pesce, o forse di un cane. Forse Mina, forse Martina. Acqua torbida. Come quella del racconto dei racconti, quando il re vestito da palombaro cammina sott’acqua per catturare il drago e portare alla regina il suo cuore. Acqua torbida come quella del fiume in cui camminavo con la testa appena fuori dall’acqua. Cercavo di avvicinarmi alle sponde, mentre delle sanguisughe provavano a salirmi sul volto. Nere e grosse come delle lumache fuori dal guscio. E ancora il mare di Sferracavallo. Io affacciata alla finestra della stanza da letto dei miei a cercare di scattare una foto all’isola. Ma il campo era sporco: c’erano dei sommozzatori, dei gommoni e della pattuglie di polizia o carabinieri sul lungomare. Quando guardavo a occhi nudi, senza interporre tra me e la realtà il telefono, il cielo era grigio, il mare era scuro e increspato. Con l’iphone tra le mani tutto diventava lucente, brillante. l’Isola coi suoi colori forti e il mare dorato per i raggi del sole. Ma Isola a volte diventava l’altra isola, quella che amo. E che avevo trovato e ora ho perso. O il mare di Istanbul. L’onda anomala, delle vecchie cinquecento posteggiate sugli scogli che venivano travolte dalle onde. Una mamma e una bimba. La mamma che salva la bimba vestita di bianco. Io affacciata alla ringhiera della piazza sopra il mar di Marmara. Come il mare del Pozzo, con le sue calette. Suo papà. La jeep blu, come il tappo di una bic. E l’onda improvvisa che se la porta via. Venerdì mare, quello vero. Senza sogni.

in mezzo al mare
in mezzo al mare

Ricerche

Vado su YouTube e cerco l’ultima pubblicità di Gillete Venus. Niente, non ci sta. Forse è ancora troppo presto. È in TV da pochi giorni. Due donne si sentono al telefono. Una invita l’altra. L’altra tentenna ma dall’altro lato del telefono arriva il suggerimento: “usa Gillete Venus”. Inizia così per qualche secondo la “ripulitura” della gambe. La bruna munita di rasoio inizia a depilarsi, seguendo un movimento dal basso verso l’alto. Una voce fuori campo dice: “così non potrai mai dire no alle tue amiche”. Poteva finire così e invece la donna depilata fa ingresso ad un party, una festa in piscina. Passa in primo piano un uomo a petto nudo. E io chissà perché mi ero immaginata una pubblicità progressista, al passo con l’Irlanda. Niente da fare. Lei si fa bella per lui. Almeno così sembra.

Ora vado. Verso i giardini. Stamattina ho lavato la bestiolina e lei ha lavato me. Ora è uscita. Di notte ho sognato Menelao, sempre Troia c’è di mezzo. E poi dei cani. Uno dei quali mi mordeva. Ma senza farmi male si attaccava al mio braccio e non lo lasciava. Quando ricomincerò a dormire, a non pensare, a non averla nella testa, nei sogni (perché da qualche parte c’era) sarà un traguardo.

Di ritorno

A casa. Scrivo e fumo. E nel frattempo ricordo che ieri sera ad un certo punto ho rotto uno degli altri braccialetti colorati. Il filo era logorato, quanto me e con un raptus l’ho strappato. Non so quale dei due fosse. Non so quale desidero avessi espresso quando l’ho annodato. Ma tanto che importanza ha? Pure lui via dal mio corpo. Stanotte ho dormito con un’amica. Perché ogni tanto mi prende male. Rientrare a casa e vedere quegli scatoloni, uno sull’altro mi fa male. Non so se ho di fronte la torre di Babele di Paolo Fabbri : “Io considero la Torre di Babele un luogo dove si può vivere benissimo, perché si è continuamente costretti a tradurre la lingua e la cultura degli altri che la abitano per comprendere cosa vogliono dire, e anche per fare intendere loro con chiarezza il nostro punto di vista. Non sempre il confronto è pacifico, all’interno della mia Torre di Babele ideale quasi sempre si litiga, ci si scontra in maniera aspra. Ma il conflitto, a patto che resti nell’ambito delle idee, è sempre salutare. Perché nel conflitto si è obbligati a conoscersi bene, mentre la pace sembra fatta apposta per potersi ignorare”. Oppure una semplice e forse banale torre di Pisa. Un po’ piegata su se stessa. Ma mi piace accostarmi alla semiotica piuttosto che all’arte. Mi piace l’idea della incomunicabilità dei segni e dei significati. E la casa per ora è piena di tutto questo. Penso che ti avrò sognata anche questa notte tormentata. Oggi ho cucinato dopo tanto tempo della pasta col pesce. E ti ho pensato ad ogni pomodorino tagliato, mentre sgusciavo gamberi. Mentre Mina mi guardava triste. Non si stacca da me. Credo abbia paura che l’abbandoni. Come tu hai fatto con noi. Mi segue come un’ombra. Come io mi sento inseguita dal tuo fantasma. Ora esco di nuovo. E penso (Con qualche conferma) che ne avrai altre di donne e che non sei solo sua. E questo fa meno male. Chissà perché.

Perché

Va tutto bene
Va tutto bene

Va così bene che al mercato di Testaccio questa mattina ho comprato un nuovo laccio. Questo è blu come il mare, il cielo, come gli occhi, come Blu, come le porte del sud al mare. Blu, insomma. Un colore.  È già annodato al polso. L’isola è tornata al suo posto. Io guardo fuori da una finestra non mia. Foglie di alberi che si fanno cullare dal vento. Potrebbe essere scirocco. Visto che siamo tutti sciroccati. Mina fa il cane finto morto, con le zampe all’aria. Poggiate sul divano grigio. Io sono sul divano, con gli occhi semichiusi. Ma pronta a veder suor sorriso. Ma questa è un’altra storia. E comunque va tutto bene.