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terremoto

A volte ti manca l’aria. E dove stai non vuoi stare più. Pensi tutto e il contrario di tutto nell’arco di pochi mesi. Pensi che Roma non fa più per te, perché ogni volta che esci fuori dal recinto, dai posti sicuri riaffiorano come chiodi i ricordi. E li senti nella carne.

Così ti prendi del tempo, lo fai stando a casa, complice l’influenza e lì, sullo stesso divano rosso, elabori i tuoi pensieri. Sempre gli stessi da mesi. Probabilmente da anni ma che hai stanato con qualche palliativo. Così la tua casa che hai costruito con tanto amore e tanti sacrifici devi abbandonarla. Intanto con la testa, poi arriverà il giorno in cui lo farai anche con il corpo.

Roma è ostile. Distante. Purtroppo è lei, per tante cose. Per il dolore, per l’insoddisfazione, la frustrazione. In tutte le sue forme. E io se voglio del tutto rinascere devo percorrere una strada nuova, una vita nuova.

Già cammino, corro, amo, progetto ma spesso mi volto indietro. E vedo macerie.

“Dopo il terremoto, dopo che l’energia scarica sul suolo tutta la sua forza distruttiva, c’è un attimo di silenzio, i crolli immediati cessano, le lacrime e le urla sono ancora trattenute. Poi urla strazianti, grida di dolore e di richiamo. Si fa la conta”.

In Italia dopo un terremoto si costruisce altrove. Si abbandonano i centri storici e si da vita ad un nuovo paese.  A me non piace.