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mi spengo d’immenso

Una sera d’inverno vedi una foto e tutto si spegne d’immenso. Capita, anche questo, per fortuna. Così con superattico, quantobasta e the apartment mentre scopri un’altra Lei, ti accorgi che ciò che prima era un fantasma adesso è un cesso. Nella scala dei valori, scende da persona idealizzata a una ragazzina qualunque. Col suo solito sguardo, pieno di sé, pieno di inquietudine e falso. E respiro profondamente. Cara Lei, quindi, anche se continui a tormentare le mie notti infilandoti in improbabili sogni ora ti vedo per quel che sei: una ragazzina. Oggi rido, anzi ieri sera ridevo per quello che hai fatto, per la tua superficialità, per le tue cazzate, e per il tuo essere ragazzina. Sì, ragazzina perché i bambini sono puri, i ragazzini sono spesso, invece, strafottenti. Non ti auguro nulla, già come sei è la cosa peggiore che potesse capitarti e l’averti persa è la cosa migliore che mi sia mai capitata. Chissà quanto male mi avresti ancora fatto. Ora ho una donna, una famiglia che mi ama. Due bimbi e delle responsabilità. Ora ho un’altra vita. Una nuova vita. C’est la vie.

Dedicato

Una mattina ti svegli dopo un’altra notte insonne, di incubi e di lacrime, e decidi di fare un passo. Importante. Per me e pure per lei. Almeno così mi racconto nella mia testa. Così ad un tratto Chiara e il suo fake vengono inghiottiti dalla rete.
Adesso è lei (Federica) che ha tra le mani un’altra me. Ha cambiato la password. Mi allontano dalle tentazioni ossessive di controllare costantemente l’altra. Di vedere se esistono foto. Se ci sono tracce. Perché ogni volta che le ho trovate sono stata male. Un pugno allo stomaco. Un lancio nel vuoto. Una vertigine. Si avvicina l’estate. E con lei le ferie. E la paura di scoprire altro prende il sopravvento. Mi difendo così. Ciao fake. Chissà se, quando e dove ci rivedremo. Ma io dell’altra e della sua vita con lei non voglio sapere più nulla. Spero che sprofondi nell’asfalto rovente dell’estate milanese. Che venga risucchiata come dalle sabbie mobili. Sì, lo spero. Chiudo gli occhi e spero che l’altra scompaia. O che rimanga in vita con sofferenze più atroci di quelle mie. Sì, lo so non è colpa dell’altra. La colpa è di Lei, della sua vita. Ma non basta, non serve.

Purtroppo.

Ore al telefono. A parlare, a scoprirsi, a lasciar scivolare la coperta di Linus che tutti abbiamo. Perché alla fine è la coperta che ci protegge. Ma a volte fa caldo. E senti che devi prendere aria. E lo fai in tanti modi. Stando al telefono con amici di sempre e amici nuovi. E ti senti ripetere sempre le stesse cose, nel bene e nel male. Magari alla fine ci credo pure io. Così confessi che, in realtà, a quella cena di tanti anni fa eri attratta da lei. Ma erano i tempi degli uomini. Delle domande. Che hanno trovato una risposta concreta solo due anni fa. Mi fermo e penso. Ho scolpito addosso ogni secondo di noi. Del prima, del dopo e del mentre. E scendono le lacrime, ritorna il nodo alla gola e accendo una sigaretta. Una delle tante di questa giornata afosa, stancante. E così lei, cadendo dalle nuvole, si mostra stupita. Si scherza. Si gioca. (E non mi dispiace). Ma si parla tanto. Ci si scopre. Entri nella testa delle persone, per poco. Nelle loro scelte passate. Nella loro vita. Ti affacci e ascolti la storia.

A volte in religioso silenzio. Altre volte chiedi. Altre volte pensi. È così da qualche giorno.

E mi piace. È una novità. È aria fresca. È un punto. Non so se fermo. Perché poi a volte dentro le cose ci sto stretta. Mi sento soffocare. E mi viene l’ansia. E mi chiedo “ma perché con lei non mi sentivo soffocare?”. Però almeno avevo l’ansia. Spesso. E facevo bene.

Così la Croazia diventa viaggio. Oggi con Ricky abbiamo messo ordine nei nostri giorni. Alla fine tre isole. Forse sarà stancante ma ho paura di stare ferma in un luogo per troppo tempo. Forse anche questa è fuga. O scoperta.
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. José Saramago

Fake

Confesso: ho un profilo falso su facebook. Creato in uno di quei momenti di follia che hanno accompagnato le prime settimane dalla separazione. Scrivo poco, quasi niente. E come nelle più banali storie l’ho creato per controllare l’altra. Facendomi spesso del male. Ieri dopo tempo ho postato un pezzo di “questa strada” di Baricco e…l’altra ha messo mi piace. Sa che sono io e mi chiedo perché a)non mi cancella b) mette mi piace. Ma tanto una risposta non c’è. Non la conosco e non posso esprimere giudizi se non quelli scontati di una donna ferita e tradita. Io, però, non l’avrei mai fatto anche perché le parole sono forti e sono, ovviamente, dedicate. Poi ci sono le mie sensazioni, che sono la cosa peggiore. Le tengo per me. Solo una per gli altri: sta male non l’altra ma lei.

Lo sento. E mi dispiace. O forse sta meglio di tutti. Perché lei guarda sempre avanti. Non curandosi delle macerie che si lascia dietro e attorno. Quanto vorrei che fosse la donna che ho visto, con cui ho convissuto per mesi, che mi ha amata. Invece di vedere, sentire, percepire una persona di cui mi avevano parlato tutti allo stesso modo. Mi dispiace, per me che mi sono fidata ma non sarei stata in grado di fare diversamente e per lei che starà sempre male con la sua irrequietezza. Ho la sindrome da crocerossina, forse vorrei salvare il mondo. Gli altri, ma prima credo di dover salvare me stessa. Ma è faticoso. Giorno dopo giorno sento il bisogno di staccare, di cambiare. A volte penso che il primo passo sia iniziare da casa: spostare la stanza da letto nell’altra stanza. Dipingere una parete. Spostare il divano, il tavolo, la credenza. Per dare un altro aspetto. Penso spesso, invece, di prendermi una pausa lunga. Tornare a casa. Ho ricominciato a sentire Palermo come casa. Mi sento più protetta. Almeno così mi pare. E diventa sempre più forte il desiderio di lasciare Roma, ormai una nemica del tempo e dell’amore. Per non parlare del lavoro che in nove anni mi ha incatenato. Mi ha messo con le spalle al muro. Portandosi mese dopo mese un pezzo di me, della mia vitalità. Ed è in questi casi che penso che forse un torto in questa storia ce l’ho. Io non ero felice, avevo sotto pelle una grande insoddisfazione perché ero/sono frustrata. Su di lei ho riversato amore, tempo, progetti e futuro. E ora?