Archivi categoria: family

Quando si cresce? 

Te lo chiedi quando in giro, sui social (eh!) vedi la notte degli altri, i sabato sera, le discoteche, gli aperitivi, le uscite, la vita. Tutto torna e tutto stride. Vorresti essere fuori da quei desideri. Vorresti già essere oltre e altrove. Come se crescere automaticamente mettesse fuori dalla tua vita il divertimento e così potresti salvarti. Così potresti smetterla di guardare la vita degli altri, di fare paragoni, così potresti iniziare a godere di quello che hai. E invece sempre lì a massacrarti il cervello, a vedere quello che non hai, a guardare al passato, e a pensare ad un futuro catastrofico. Così non se ne esce. Me lo ripeto ogni giorno. Tipo mantra. Questa vita così non mi appartiene. Un tempo sorridevo. Ora per strapparmi un sorriso ci vuole un miracolo. E c’è una piccola creatura (che ancora non c’è) che già si porta dietro il peso di una responsabilità. Penso a Palermo e mi fa paura. Penso a Roma e mi fa tristezza. E se il problema fossi io? E non il luogo? Si può essere felici ovunque?  Come si fa? Che rumore fa la felicità? Dove è andata a finire ? Chi me l’ha rubata di notte? Che responsabilità ha il lavoro? Vorrei un cambiamento, forte. Spero che arrivi dalla Siviglia. Da una nuova vita. 

Atterrare a Palermo

E pensare di essere altrove. Sarà che è ormai buio anche se è pomeriggio. Sarà che è novembre, anche se non se sembra. Sarà che è autunno e vorrei che fosse primavera. Per avere l’estate davanti. Sarà che l’aria è tiepida a Palermo come a Roma. Sarà che mi manca viaggiare, spaziare. E che è ho voglia di Grecia. Sarà che va bene così. Ci sarà un tempo in cui avrò il tempo. Disporrò del nostro tempo e saremo finalmente due amanti, come sabato al Biondo o poi davanti a una birra e un bicchiere di vino. Siamo invece catapultate altrove. In una dimensione che è difficile da gestire, da vivere. 

io le donne le ho sempre amate

Io le donne le ho sempre amate. Pure quando non lo sapevo. E le ho amate intensamente. E non parlo di mia nonna e nemmeno di mia mamma. Anche se oggi ,che è la festa della donna, per me è anche un po’ la festa della nonna. E nonna Maria, oggi, voglio ricordarla cucinando una delle tante cose che mi ha insegnato: le striscioline di frittata coi piselli in umido.

Nonna Maria come mamma mi hanno insegnato il valore di essere donna, il rispetto, l’amore per gli altri, per i libri, per il mare, per la famiglia.

Io amo così tanto le donne che me ne sono innamorata, tanto. Ho vissuto, prima, un amore malato, incondizionato come quello di Gerda per Einar e per Lili in The Danish Girl. E ora, invece, è arrivato l’amore non solo per lei ma anche per me. Il rispetto.  Perché a volte dimentichiamo che per amare bisogna amarsi. Io la amo, ma questa volta come amo me.

mi spengo d’immenso

Una sera d’inverno vedi una foto e tutto si spegne d’immenso. Capita, anche questo, per fortuna. Così con superattico, quantobasta e the apartment mentre scopri un’altra Lei, ti accorgi che ciò che prima era un fantasma adesso è un cesso. Nella scala dei valori, scende da persona idealizzata a una ragazzina qualunque. Col suo solito sguardo, pieno di sé, pieno di inquietudine e falso. E respiro profondamente. Cara Lei, quindi, anche se continui a tormentare le mie notti infilandoti in improbabili sogni ora ti vedo per quel che sei: una ragazzina. Oggi rido, anzi ieri sera ridevo per quello che hai fatto, per la tua superficialità, per le tue cazzate, e per il tuo essere ragazzina. Sì, ragazzina perché i bambini sono puri, i ragazzini sono spesso, invece, strafottenti. Non ti auguro nulla, già come sei è la cosa peggiore che potesse capitarti e l’averti persa è la cosa migliore che mi sia mai capitata. Chissà quanto male mi avresti ancora fatto. Ora ho una donna, una famiglia che mi ama. Due bimbi e delle responsabilità. Ora ho un’altra vita. Una nuova vita. C’est la vie.

terremoto

A volte ti manca l’aria. E dove stai non vuoi stare più. Pensi tutto e il contrario di tutto nell’arco di pochi mesi. Pensi che Roma non fa più per te, perché ogni volta che esci fuori dal recinto, dai posti sicuri riaffiorano come chiodi i ricordi. E li senti nella carne.

Così ti prendi del tempo, lo fai stando a casa, complice l’influenza e lì, sullo stesso divano rosso, elabori i tuoi pensieri. Sempre gli stessi da mesi. Probabilmente da anni ma che hai stanato con qualche palliativo. Così la tua casa che hai costruito con tanto amore e tanti sacrifici devi abbandonarla. Intanto con la testa, poi arriverà il giorno in cui lo farai anche con il corpo.

Roma è ostile. Distante. Purtroppo è lei, per tante cose. Per il dolore, per l’insoddisfazione, la frustrazione. In tutte le sue forme. E io se voglio del tutto rinascere devo percorrere una strada nuova, una vita nuova.

Già cammino, corro, amo, progetto ma spesso mi volto indietro. E vedo macerie.

“Dopo il terremoto, dopo che l’energia scarica sul suolo tutta la sua forza distruttiva, c’è un attimo di silenzio, i crolli immediati cessano, le lacrime e le urla sono ancora trattenute. Poi urla strazianti, grida di dolore e di richiamo. Si fa la conta”.

In Italia dopo un terremoto si costruisce altrove. Si abbandonano i centri storici e si da vita ad un nuovo paese.  A me non piace.

 

Poco più di 24 ore

lascio Roma per qualche ora e mi sembra di respirare.  Attraversiamo in macchina il Lazio e parte dell’Umbria. Io, il traduttore, mare nostrum e camera. Ci accompagnano le note e le parole  dei Beatles, attraversiamo distese di verde e di grano, incontriamo qualche bica. Vediamo il sole tramontare e paesi dal nome strano: uno per tutti, Bastardo. Faccio coming out ma tutti rimangono impassibili. Forse perché lo sanno già. C’è chi la conosce e chi, immagino, lo sappia per altre vie. E penso “nemmeno il piacere di dire quello che sono”. Si perché per ora, cioè d.c.,  sento come la necessità di urlare al mondo ciò che sono e che mi manca.

Si parla, si ride, ci si racconta. Ci si scopre. Ci si lascia andare. C’è chi scopre di essere fidanzata a sua insaputa e chi vive una ex storia come la mia, seppure più breve. ” Perché non importa quanto si sta insieme ma l’intensità del rapporto”. E su questo siamo tutti d’accordo.

Poi il pellegrinaggio ad Assisi. Sembriamo un gruppo di giapponesi che ad ogni angolo scatta foto, in maniera compulsiva. Come se volessimo immortalare ogni istante di questa fuga, di queste 24 ore.

Le stanze. La prima era lilla, la seconda celeste. Io e traduttore ci spostiamo dalla prima alla seconda stanza, che ha un letto matrimoniale e uno singolo. Io non ho alcuna difficoltà a dormire con lui, anche perché sonno innocua. Ma non faccio testo, capisco che per lui potrebbe essere un problema dormire insieme. E il mio dubbio non è sbagliato. Tant’è che mi dice: “sinceramente non ho mai dormito con una donna nello stesso letto senza averla prima baciata”. Rido, di cuore. E dico: “non c’è questo rischio, cambiamo stanza”.

la sveglia suona alle otto. Mi alzo, faccio pipì e mi catapulto senza lavarmi fuori a fare colazione. Nel frattempo mi raggiungono gli altri. Alle nove e trenta lasciamo Palazzo per Bastìa Umbra. Dove ci aspetta il concorso della RAI. Prima però ci fermiamo in un campo di girasoli a farci qualche foto. Sorridenti come se il nostro unico obiettivo fosse quella foto. Il traduttore me ne scatta una, coi capelli al vento. Gli occhiali bianchi, il pantalone carta da zucchero e la camicia già sudata. È presto ma ci saranno già almeno trenta gradi. Alla fiera capisco subito che qualcosa non va. “Ma come è che sono nel padiglione di quelli che hanno il cognome con la p la R e la esse?”. Aspetto in silenzio che scorra la fila e dopo poco scopro il mistero. Mi ero registrata col nome e non come il cognome. Un ottimo inizio, dico tra me e me. In quattro palermitani riusciamo ad occupare dei posti vicini. Ma durante la prova a stento riusciamo a scambiarci qualche parola. Sul test tralascio ogni considerazione. Ma sarebbe stato meglio se nei giorni che ho dedicato allo studio andavo al mare con la settimana enigmistica. Chissà quante risposte giuste ho dato. Lo scopriremo tra poche ore. Passa il tempo, il tabellone con l’orologio scorre all’indietro. E non so se mi trovo a “chi vuole essere milionario” o in qualche programma di Carlo Conti. Mentre rispondo torna lui, il tremore. Colpa dei farmaci. Ogni tanto così senza un perché inizio a tremare come se avessi il Parkinson. E la penna inizia ad oscillare nella mia mano. Rido, non posso far altro. Mi fermo, bevo un sorso d’acqua e riparto. Tempo scaduto. Mani in alto e tutti fuori. Questa volta verso Deruta, dove ci fermiamo a pranzo. L ‘ultima volta c’ero stata con tutta la famiglia nel 1992. Ovviamente non ricordo nulla.

Rientrata a Roma dalla Nomentana inizia la via Crucis. Ogni posto mi riporta a lei e a poco a poco l’aria comincia a mancarmi. La clinica dove ho fatto l’intervento agli occhi. L’insegna di Ikea. La via del ristorante di sushi brasiliano. La stazione. Via Cavour. Le scale della metro dove ho conosciuto il gatto. La villa dove andavamo e così via fino a quando non arrivo a casa. E si ricomincia con la routine. Con le assenze.

Poi di sera arriva un messaggio di una mia amica, Federica: “una mia amica ha letto qualche post del tuo blog, si riconosce in tante cose che scrivi. Può aggiungerti su Facebook?”. “Certo”, rispondo.

Arriva lei, Ricky. E cerco di scrivere più in fretta che posso perché le ho promesso che stasera troverà un nuovo post. E non mi piace deludere le persone. Ma ora ritorno a vedere la nuova puntata di Tyrant, dopo essermi drogata con un’altra serie Hawthorne.

Ma c’è anche la storia dell’elefante che domani racconterò.

 

 

 

 

 

Chiedimi se sono felice

Qualche giorno fa, dopo la seduta del mercoledì, prendo l’iPhone e chiamo mamma. Squilla. “Mamma, ma quando ero piccola ero felice?”. Lei, perplessa, pone la stessa domanda a papà che era accanto a lui. In sottofondo Martina che abbaia (ormai lo fa sempre quando le preparano da mangiare). Poi il silenzio. Si consultano: “Ecco sicuramente eri una rompi coglioni. Insoddisfatta”. Vi risparmio alcuni racconti però scopro quel che mi interessa e che sento da tempo. Sono sempre stata insoddisfatta. Il vocabolario della Treccani dice:
insoddisfazióne
insoddisfazióne (tosc. e letter. insodisfazióne) s. f. [comp. di in-2 e soddisfazione]. – L’essere, il sentirsi insoddisfatto, cioè non appagato in ciò che si chiedeva o voleva: esprimere, dichiarare, non nascondere la propria i. (per la risposta deludente ricevuta, per lo scarso riconoscimento avuto, ecc.). Più com., sentimento di intima scontentezza dovuto a cause determinate e spesso provenienti dalle azioni proprie, dal proprio operato o comportamento, o anche senza cause apparenti, e perciò vago e indefinito: i. di sé, della propria vita; avvertire, essere oppresso da un profondo senso d’i.; in partic., i. dei sensi, i. sessuale, o assol. insoddisfazione, senso di inappagamento, di frustrazione fisica e psichica conseguente a rapporti sessuali incompleti o comunque deludenti, oppure provocato dalla rarità dell’accoppiamento rispetto ai proprî stimoli e bisogni.

Bene, e con questo è tutto. Per ora.

Una persona per bene

È fatta. Ci riesco. Dopo settimane di tentennamento mi stacco dal bunker e prendo un volo. Direzione terra!!! Alla Cristoforo Colombo. No, niente America. Ma nella mia terra. Siamo cinque. Due lui e due lei. Conosco poco, ma quel poco che mi basta per sentirmi a casa, i ragazzi. Un’estate fa tra un vicolo e una birra rovesciata. Quando stavo scoprendo il nuovo mondo. E mi appartengono. Non nel senso di possesso ma di famiglia. E non parlo della famiglia dei froci. Ma parlo di persone che mi hanno conosciuta per come sono. Dopo ore di ritardo, arriviamo. Al terminal mi accoglie un amico di Catania. Ascoltato tanto dai pentiti: “no, signor giudice io ascolto solo radio maria e radio radicale”. Tutto questo detto in un dialetto siciliano da far invidia a Montalbano. Ascolto i suoi racconti dell’ultimo processo, mentre mangiamo cozze seduti a un tavolo di plastica rivestito da una tovaglia di carta. Grande parlatore. E ad un tratto Catania mi sembra bellissima. L’odore del mare. I gozzi così fermi da sembrare sulla terra. Le luci fioche. La musica commerciale di un locale accanto. Musica che in altri momenti avrei odiato, ma ora interrompe i pensieri. In aereo conosco Michele, giornalista (fa ufficio stampa ma non ho capito per chi). Mi colpisce subito. Sembra uno di quei personaggi uscito da un film degli anni 50, baffetto e occhiali. Testa riccia e castana. Ha la mia età. E penso: è una persona per bene. Chiacchieriamo e il tempo passa. Io provo maldestramente a farmi delle foto, con l’ipad. In testa ho una sciarpa vietnamita. E sembro una fondamentalista islamica. Penso a Michele e spero che trovi una persona che lo ami (magari ce l’ha già una donna o uomo) perché mi sembra troppo per bene.

Il professor Whisky

Non è un mio nuovo amico. Altrimenti di cognome farebbe Torbato. Certo avere come amico il signor Whisky sarebbe bello. Questa volta invece si tratta di un esserino che ancora non ha visto il mondo ma lo sente da dentro una pancia. Come Pinocchio nella balena. Il professor Whisky forse è un personaggio di qualche cartone animato ma mi piace pensare che sia un nome di fantasia scelto dalla sua sorellina. Lei ha quasi cinque anni e lo desidera tanto, come può desiderarlo una donna che non può avere figli. Arriverà, forse sarà un lui. E per me sarà sempre il professor Whisky. E come primo regalo riceverà un tappo.