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48 ore

Me l’avevano detto ma non ci credevo. Loro parlavano, vomitavano
parole fastidiose, e io piangevo. Senza sosta. Poi succede che una
mattina ti svegli, capisci di aver dormito e ti ritrovi serena, con la
testa sgombra e con la voglia di cominciare la giornata, per vedere
come va a finire. Per sentirla.

Così ti alzi dal letto, accarezzi il cane dolcemente, tiri su la
serranda, vai verso la cucina, prendi il bicchiere e conti le gocce.
Venti. Prendi la chiave della terrazza, appesa sul calendario e ti
accorgi che martedì non hai messo la croce sul calendario e nemmeno
mercoledì. Sorridi, ti infili dei pantaloncini modello “punkabbestia”,
viola a scacchettoni, che ti scivolano, cambi la canottiera e indossi
una maglietta a maniche corte. La scegli accuratamente. Non hai voglia
di indossarne una che ti ricorda lei.

E, così, comincia la giornata. Col sorriso. Hai paura, perché in 48 ore è
cambiato qualcosa e in meglio. Ed è bello. Strano. Ma ti fa stare
bene. Non ti stacchi un secondo dal telefonino. E all’improvviso ti
senti un’altra donna.

Non sai se e cosa sarà, ma questa volta si vive day by day. Senza
fretta (anche se hai una voglia matta di vederla, di dormire con lei,
di baciarla, di stare tutti e quattro insieme). Certo hai paura
che sia un fuoco di paglia. Perché eri finita dentro ad un pozzo. E ci
hai messo mesi per risalire. Per riemergere, anche grazie agli altri,
agli amici, vecchi e nuovi. Hai una consapevolezza: da oggi nel pozzo,
se mai ci andrai accanto, potrai al massimo sederti sul bordo con le
gambe a penzoloni. Ma sai che non ci puoi cadere più. Il resto non lo
sai. Questa è la vita e a quanto
pare va vissuta.

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.