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48 ore

Me l’avevano detto ma non ci credevo. Loro parlavano, vomitavano
parole fastidiose, e io piangevo. Senza sosta. Poi succede che una
mattina ti svegli, capisci di aver dormito e ti ritrovi serena, con la
testa sgombra e con la voglia di cominciare la giornata, per vedere
come va a finire. Per sentirla.

Così ti alzi dal letto, accarezzi il cane dolcemente, tiri su la
serranda, vai verso la cucina, prendi il bicchiere e conti le gocce.
Venti. Prendi la chiave della terrazza, appesa sul calendario e ti
accorgi che martedì non hai messo la croce sul calendario e nemmeno
mercoledì. Sorridi, ti infili dei pantaloncini modello “punkabbestia”,
viola a scacchettoni, che ti scivolano, cambi la canottiera e indossi
una maglietta a maniche corte. La scegli accuratamente. Non hai voglia
di indossarne una che ti ricorda lei.

E, così, comincia la giornata. Col sorriso. Hai paura, perché in 48 ore è
cambiato qualcosa e in meglio. Ed è bello. Strano. Ma ti fa stare
bene. Non ti stacchi un secondo dal telefonino. E all’improvviso ti
senti un’altra donna.

Non sai se e cosa sarà, ma questa volta si vive day by day. Senza
fretta (anche se hai una voglia matta di vederla, di dormire con lei,
di baciarla, di stare tutti e quattro insieme). Certo hai paura
che sia un fuoco di paglia. Perché eri finita dentro ad un pozzo. E ci
hai messo mesi per risalire. Per riemergere, anche grazie agli altri,
agli amici, vecchi e nuovi. Hai una consapevolezza: da oggi nel pozzo,
se mai ci andrai accanto, potrai al massimo sederti sul bordo con le
gambe a penzoloni. Ma sai che non ci puoi cadere più. Il resto non lo
sai. Questa è la vita e a quanto
pare va vissuta.

Dedicato

Una mattina ti svegli dopo un’altra notte insonne, di incubi e di lacrime, e decidi di fare un passo. Importante. Per me e pure per lei. Almeno così mi racconto nella mia testa. Così ad un tratto Chiara e il suo fake vengono inghiottiti dalla rete.
Adesso è lei (Federica) che ha tra le mani un’altra me. Ha cambiato la password. Mi allontano dalle tentazioni ossessive di controllare costantemente l’altra. Di vedere se esistono foto. Se ci sono tracce. Perché ogni volta che le ho trovate sono stata male. Un pugno allo stomaco. Un lancio nel vuoto. Una vertigine. Si avvicina l’estate. E con lei le ferie. E la paura di scoprire altro prende il sopravvento. Mi difendo così. Ciao fake. Chissà se, quando e dove ci rivedremo. Ma io dell’altra e della sua vita con lei non voglio sapere più nulla. Spero che sprofondi nell’asfalto rovente dell’estate milanese. Che venga risucchiata come dalle sabbie mobili. Sì, lo spero. Chiudo gli occhi e spero che l’altra scompaia. O che rimanga in vita con sofferenze più atroci di quelle mie. Sì, lo so non è colpa dell’altra. La colpa è di Lei, della sua vita. Ma non basta, non serve.

Purtroppo.

Ore al telefono. A parlare, a scoprirsi, a lasciar scivolare la coperta di Linus che tutti abbiamo. Perché alla fine è la coperta che ci protegge. Ma a volte fa caldo. E senti che devi prendere aria. E lo fai in tanti modi. Stando al telefono con amici di sempre e amici nuovi. E ti senti ripetere sempre le stesse cose, nel bene e nel male. Magari alla fine ci credo pure io. Così confessi che, in realtà, a quella cena di tanti anni fa eri attratta da lei. Ma erano i tempi degli uomini. Delle domande. Che hanno trovato una risposta concreta solo due anni fa. Mi fermo e penso. Ho scolpito addosso ogni secondo di noi. Del prima, del dopo e del mentre. E scendono le lacrime, ritorna il nodo alla gola e accendo una sigaretta. Una delle tante di questa giornata afosa, stancante. E così lei, cadendo dalle nuvole, si mostra stupita. Si scherza. Si gioca. (E non mi dispiace). Ma si parla tanto. Ci si scopre. Entri nella testa delle persone, per poco. Nelle loro scelte passate. Nella loro vita. Ti affacci e ascolti la storia.

A volte in religioso silenzio. Altre volte chiedi. Altre volte pensi. È così da qualche giorno.

E mi piace. È una novità. È aria fresca. È un punto. Non so se fermo. Perché poi a volte dentro le cose ci sto stretta. Mi sento soffocare. E mi viene l’ansia. E mi chiedo “ma perché con lei non mi sentivo soffocare?”. Però almeno avevo l’ansia. Spesso. E facevo bene.

Così la Croazia diventa viaggio. Oggi con Ricky abbiamo messo ordine nei nostri giorni. Alla fine tre isole. Forse sarà stancante ma ho paura di stare ferma in un luogo per troppo tempo. Forse anche questa è fuga. O scoperta.
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. José Saramago

Poco più di 24 ore

lascio Roma per qualche ora e mi sembra di respirare.  Attraversiamo in macchina il Lazio e parte dell’Umbria. Io, il traduttore, mare nostrum e camera. Ci accompagnano le note e le parole  dei Beatles, attraversiamo distese di verde e di grano, incontriamo qualche bica. Vediamo il sole tramontare e paesi dal nome strano: uno per tutti, Bastardo. Faccio coming out ma tutti rimangono impassibili. Forse perché lo sanno già. C’è chi la conosce e chi, immagino, lo sappia per altre vie. E penso “nemmeno il piacere di dire quello che sono”. Si perché per ora, cioè d.c.,  sento come la necessità di urlare al mondo ciò che sono e che mi manca.

Si parla, si ride, ci si racconta. Ci si scopre. Ci si lascia andare. C’è chi scopre di essere fidanzata a sua insaputa e chi vive una ex storia come la mia, seppure più breve. ” Perché non importa quanto si sta insieme ma l’intensità del rapporto”. E su questo siamo tutti d’accordo.

Poi il pellegrinaggio ad Assisi. Sembriamo un gruppo di giapponesi che ad ogni angolo scatta foto, in maniera compulsiva. Come se volessimo immortalare ogni istante di questa fuga, di queste 24 ore.

Le stanze. La prima era lilla, la seconda celeste. Io e traduttore ci spostiamo dalla prima alla seconda stanza, che ha un letto matrimoniale e uno singolo. Io non ho alcuna difficoltà a dormire con lui, anche perché sonno innocua. Ma non faccio testo, capisco che per lui potrebbe essere un problema dormire insieme. E il mio dubbio non è sbagliato. Tant’è che mi dice: “sinceramente non ho mai dormito con una donna nello stesso letto senza averla prima baciata”. Rido, di cuore. E dico: “non c’è questo rischio, cambiamo stanza”.

la sveglia suona alle otto. Mi alzo, faccio pipì e mi catapulto senza lavarmi fuori a fare colazione. Nel frattempo mi raggiungono gli altri. Alle nove e trenta lasciamo Palazzo per Bastìa Umbra. Dove ci aspetta il concorso della RAI. Prima però ci fermiamo in un campo di girasoli a farci qualche foto. Sorridenti come se il nostro unico obiettivo fosse quella foto. Il traduttore me ne scatta una, coi capelli al vento. Gli occhiali bianchi, il pantalone carta da zucchero e la camicia già sudata. È presto ma ci saranno già almeno trenta gradi. Alla fiera capisco subito che qualcosa non va. “Ma come è che sono nel padiglione di quelli che hanno il cognome con la p la R e la esse?”. Aspetto in silenzio che scorra la fila e dopo poco scopro il mistero. Mi ero registrata col nome e non come il cognome. Un ottimo inizio, dico tra me e me. In quattro palermitani riusciamo ad occupare dei posti vicini. Ma durante la prova a stento riusciamo a scambiarci qualche parola. Sul test tralascio ogni considerazione. Ma sarebbe stato meglio se nei giorni che ho dedicato allo studio andavo al mare con la settimana enigmistica. Chissà quante risposte giuste ho dato. Lo scopriremo tra poche ore. Passa il tempo, il tabellone con l’orologio scorre all’indietro. E non so se mi trovo a “chi vuole essere milionario” o in qualche programma di Carlo Conti. Mentre rispondo torna lui, il tremore. Colpa dei farmaci. Ogni tanto così senza un perché inizio a tremare come se avessi il Parkinson. E la penna inizia ad oscillare nella mia mano. Rido, non posso far altro. Mi fermo, bevo un sorso d’acqua e riparto. Tempo scaduto. Mani in alto e tutti fuori. Questa volta verso Deruta, dove ci fermiamo a pranzo. L ‘ultima volta c’ero stata con tutta la famiglia nel 1992. Ovviamente non ricordo nulla.

Rientrata a Roma dalla Nomentana inizia la via Crucis. Ogni posto mi riporta a lei e a poco a poco l’aria comincia a mancarmi. La clinica dove ho fatto l’intervento agli occhi. L’insegna di Ikea. La via del ristorante di sushi brasiliano. La stazione. Via Cavour. Le scale della metro dove ho conosciuto il gatto. La villa dove andavamo e così via fino a quando non arrivo a casa. E si ricomincia con la routine. Con le assenze.

Poi di sera arriva un messaggio di una mia amica, Federica: “una mia amica ha letto qualche post del tuo blog, si riconosce in tante cose che scrivi. Può aggiungerti su Facebook?”. “Certo”, rispondo.

Arriva lei, Ricky. E cerco di scrivere più in fretta che posso perché le ho promesso che stasera troverà un nuovo post. E non mi piace deludere le persone. Ma ora ritorno a vedere la nuova puntata di Tyrant, dopo essermi drogata con un’altra serie Hawthorne.

Ma c’è anche la storia dell’elefante che domani racconterò.

 

 

 

 

 

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…

Moravia e L’Havana

Scambi di messaggi in chat. A quel punto gli scrivo: “mi sa che voglio il tuo numero così mi racconti meglio”. Lui, il mio uomo a L’Havana, mi risponde: “vai, vai”. Passano dieci minuti e lo chiamo e mi racconta di ieri sera a Casa Moravia. “sai, la casa è come lui l’ha lasciata prima di andarsene via. Avrei voluto rubare le scarpe, ma non mi sembrava il caso. E poi la stanza da letto è ancora con i vestiti sul letto”. Ci rifletto: “quindi potrei fare la scrittrice, visto che c’è gente “di livello” che fa come me. Anche io per mesi ho lasciato alcune cose immobili, tipo lo yogurt in frigo. Ma mica solo quello…”. Il mio uomo dice “si, si la situazione mi è molto chiara, comunque te li ho salutati”. Quindi la Maraini ha lasciato tutto come era, come un museo. Certo però lui è Moravia, lei no. Alla cena c’erano anche loro : gli scrittori. Lei era molto curiosa di sapere dove ci fossimo conosciuti e mister L’Havana gli raccontato della nostra cena parigina in salsa sicula, della chitarra, del pianoforte, della pasta e di tante altre cose. Tutto come previsto. Ha fatto il suo sporco e grato lavoro e presto arriverà a destinazione.

RTP

Il gatto l’avevo lasciato là. Appeso a un post. Poi in realtà le cose sono andate diversamente e vederlo mi ha fatto molto piacere. Lontano dal resto. E siamo stati bene, tranquilli come sempre. Spesso mi manca anche lui. In qualche modo era parte di me, come lui era parte di lei ed io anche. Ci scriviamo ogni tanto e poco. Perché lei è gelosa, anche della mia vita nuova. Come se la colpa fosse mia se siamo rimaste chiuse fra quattro mura per sere. Questo no. Non posso accettarlo. E se ora passo da una terrazza ad un anfiteatro, da un circolo ad un concerto, da cene a partite di calcetto è perché sono libera dai suoi orari e (purtroppo) anche da lei.

metti una sera a cena

Piove. Prima di arrivare a destinazione spunta l’arcobaleno. Sono in macchina con superattico. Scatta foto d’ordinanza che subito viene condivisa nel mondo virtuale. Funziona così, ormai. Lei, la piccola francese, sta al numero 3 di una via vicino Villa Torlonia. Secondo piano, credo. Mi guardo intorno: un pianoforte con due spartiti, metri di libri che riempono gli scaffali, due divani, una poltrona, una piastra per vinili, un candelabro con cinque o forse sette braccia. Sette come noi a tavola. Cinque donne e due uomini. Più che altro sembra una riunione LGBT. Ognuno a vomitare la sua storia, la propria tragedia. Anzi sembra più un incontro di terapia di gruppo. Poi il colpo di scena: Pop ha un blog e qualche giorno fa lei le ha scritto per complimentarsi. Sarà il primo complimento di una lunga serie. E io rido. Scatta strategia. E vedremo come va a finire. So solo che non cambierà mai. Ecco, anche queste sono certezze. Il vino scorre nelle vene e nella testa. I calici si svuotano velocemente. Le bottiglie anche, una dopo l’altra. Perdiamo il conto. Superattico e la francesina si alternano alla chitarra. Canzoni italiane e non. Cantiamo, quasi urliamo, come se volessimo liberarci di qualcosa. Battisti, la Vanoni, Carmen Consoli, Rino Gaetano fino ad arrivare a Baglioni. Ci salva la musica. Scopriamo amici in comune. Amici di ex. Amici di amici. E così via per tutta la serata, a fare curtigghio. Anche questa è la nuova vita. Se solo…non lo scrivo. E’ una boccata di ossigeno. In macchina al rientro chiedo a superattico: ma si vede che sono lesbica? Si perché ogni tanto mi chiedo se si capisce, se sono respingente, se non sono pronta. Se le altre donne mi guardano come faccio io. Se ci sarà qualcuna dopo di lei. Je suis prêt

Una persona per bene

È fatta. Ci riesco. Dopo settimane di tentennamento mi stacco dal bunker e prendo un volo. Direzione terra!!! Alla Cristoforo Colombo. No, niente America. Ma nella mia terra. Siamo cinque. Due lui e due lei. Conosco poco, ma quel poco che mi basta per sentirmi a casa, i ragazzi. Un’estate fa tra un vicolo e una birra rovesciata. Quando stavo scoprendo il nuovo mondo. E mi appartengono. Non nel senso di possesso ma di famiglia. E non parlo della famiglia dei froci. Ma parlo di persone che mi hanno conosciuta per come sono. Dopo ore di ritardo, arriviamo. Al terminal mi accoglie un amico di Catania. Ascoltato tanto dai pentiti: “no, signor giudice io ascolto solo radio maria e radio radicale”. Tutto questo detto in un dialetto siciliano da far invidia a Montalbano. Ascolto i suoi racconti dell’ultimo processo, mentre mangiamo cozze seduti a un tavolo di plastica rivestito da una tovaglia di carta. Grande parlatore. E ad un tratto Catania mi sembra bellissima. L’odore del mare. I gozzi così fermi da sembrare sulla terra. Le luci fioche. La musica commerciale di un locale accanto. Musica che in altri momenti avrei odiato, ma ora interrompe i pensieri. In aereo conosco Michele, giornalista (fa ufficio stampa ma non ho capito per chi). Mi colpisce subito. Sembra uno di quei personaggi uscito da un film degli anni 50, baffetto e occhiali. Testa riccia e castana. Ha la mia età. E penso: è una persona per bene. Chiacchieriamo e il tempo passa. Io provo maldestramente a farmi delle foto, con l’ipad. In testa ho una sciarpa vietnamita. E sembro una fondamentalista islamica. Penso a Michele e spero che trovi una persona che lo ami (magari ce l’ha già una donna o uomo) perché mi sembra troppo per bene.