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La fabbrica del vapore

L’ultima volta era marzo. E non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Oggi è in fondo un’altra vita. Bologna si presenta così : luna piena, caldo umido e gli studenti che cantano Dalla. Ascolto le note stonate di disperato erotico stomp. Ma non potevano scegliere un’altra canzone? Da lontano si sente qualcuno che urla vaffanculo. E penso che vorrei farlo anche io. Dopo la foto di Dimartino. Alla fabbrica del vapore. Come vorrei che fosse così la sua storia, di vapore che si sparge nell’aria. Si perde e se ne va. Ha i capelli corti. Più corti del solito. Sembra finta e lo sguardo non mi inganna. Non è felice, è ingessata. Chi avrà scattato la foto? L’altra dal profilo orrendo? Oppure no. E chi avrà scattato la foto dell’altra? Lei? Ossessione. Domande su domande. E ora sì che vorrei scriverle. E forse insultarla e mentre lo penso sento gli occhi gonfiarsi. Perché in realtà vorrei dirle: non ci credo, non ci credo che stai bene e che sei riuscita a farmi così male. Non puoi essere tu. Non ci credo che non mi ami più. Scendono sul viso e scivolano le lacrime. Così vicine ma così lontane. E mi manca. Oggi di più. Sono ormai le tre. Le tre di un’altra notte che si prospetta peggio di tante altre. Ancora di più. Ma è possibile? Mi guardo allo specchio, quasi nuda (fa caldo). Indosso degli slip dal colore improbabile. E non riconosco il mio corpo, ormai scheletrico. Accarezzo le costole ad una ad una. Poi le conto. Sono tutte, pare. Affondo la mano tra una costola e l’altra. E mi guardo perplessa. Riesco in terrazza e accendo un’altra sigaretta. Poi un’altra ancora. E potrei continuare fino all’infinito. Per passare il tempo. Per impegnare le mani. Scrivo e fumo e penso. E di nuovo penso, scrivo e fumo.
Ma non si può staccare il cervello? Cambiare? Portare via la memoria, almeno?
Ricky prova e ci riesce. Mi distrae. La distraggo. Stiamo a lungo al telefono. Parliamo della Croazia, dei dieci giorni, o poco meno, di vacanza che abbiamo organizzato senza pensarci troppo. Senza farci troppe domande. Stanche entrambi di un inverno che sembra non finire mai. Ma da qualche parte bisognerà pure ricominciare. Me lo ripeto. Un po’ di ansia. Ma non vedo l’ora partire, di vedere altro, di conoscere posti nuovi, di mettermi in gioco, di ricominciare a vivere. Di lasciarmi tutto alle spalle. Di lasciarla là, nella sua assoluta incapacità di capire, di pensare, nella sua leggerezza. Giro lo sguardo a destra e trovo appesa al muro la foto di nonna, in bianco e nero coi capelli appena appuntati. Ora provo a dormire.

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.