Archivi categoria: laccio nero

Di ritorno

A casa. Scrivo e fumo. E nel frattempo ricordo che ieri sera ad un certo punto ho rotto uno degli altri braccialetti colorati. Il filo era logorato, quanto me e con un raptus l’ho strappato. Non so quale dei due fosse. Non so quale desidero avessi espresso quando l’ho annodato. Ma tanto che importanza ha? Pure lui via dal mio corpo. Stanotte ho dormito con un’amica. Perché ogni tanto mi prende male. Rientrare a casa e vedere quegli scatoloni, uno sull’altro mi fa male. Non so se ho di fronte la torre di Babele di Paolo Fabbri : “Io considero la Torre di Babele un luogo dove si può vivere benissimo, perché si è continuamente costretti a tradurre la lingua e la cultura degli altri che la abitano per comprendere cosa vogliono dire, e anche per fare intendere loro con chiarezza il nostro punto di vista. Non sempre il confronto è pacifico, all’interno della mia Torre di Babele ideale quasi sempre si litiga, ci si scontra in maniera aspra. Ma il conflitto, a patto che resti nell’ambito delle idee, è sempre salutare. Perché nel conflitto si è obbligati a conoscersi bene, mentre la pace sembra fatta apposta per potersi ignorare”. Oppure una semplice e forse banale torre di Pisa. Un po’ piegata su se stessa. Ma mi piace accostarmi alla semiotica piuttosto che all’arte. Mi piace l’idea della incomunicabilità dei segni e dei significati. E la casa per ora è piena di tutto questo. Penso che ti avrò sognata anche questa notte tormentata. Oggi ho cucinato dopo tanto tempo della pasta col pesce. E ti ho pensato ad ogni pomodorino tagliato, mentre sgusciavo gamberi. Mentre Mina mi guardava triste. Non si stacca da me. Credo abbia paura che l’abbandoni. Come tu hai fatto con noi. Mi segue come un’ombra. Come io mi sento inseguita dal tuo fantasma. Ora esco di nuovo. E penso (Con qualche conferma) che ne avrai altre di donne e che non sei solo sua. E questo fa meno male. Chissà perché.

Perché

Va tutto bene
Va tutto bene

Va così bene che al mercato di Testaccio questa mattina ho comprato un nuovo laccio. Questo è blu come il mare, il cielo, come gli occhi, come Blu, come le porte del sud al mare. Blu, insomma. Un colore.  È già annodato al polso. L’isola è tornata al suo posto. Io guardo fuori da una finestra non mia. Foglie di alberi che si fanno cullare dal vento. Potrebbe essere scirocco. Visto che siamo tutti sciroccati. Mina fa il cane finto morto, con le zampe all’aria. Poggiate sul divano grigio. Io sono sul divano, con gli occhi semichiusi. Ma pronta a veder suor sorriso. Ma questa è un’altra storia. E comunque va tutto bene.

è andato

si è rotto

 

Si è rotto. Del resto l’avevo sognato. Il laccio nero, l’anima nera è andata via. Ieri sera. Mentre mi spogliavo per mettermi il pigiama, al rientro dal the apartment, ho sentito un leggero rumore, un tintinnio. La piccola trinacria ha fatto qualche balzo per finire poi sui miei piedi nudi.  Prima però mi sono occupata di lui, del laccio nero. Era rimasto incastrato, come me, sotto una maglia, anche lei nera. Poi mi sono occupata di me, della Sicilia. L’ho raccolta e l’ho poggiata sul piano sopra la lavatrice, accanto a 4 euro che avevo in tasca. Insomma pure lui è andato. Non so se credere nei segnali, ma nei sogni si. E purtroppo io non li sbaglio mai. Adesso comincerà la ricerca di un nuovo laccio. Colorato, a questo punto. Di fili al polso ne ho tanti. Beh, non esageriamo: ne ho tre. Uno viene dal Brasile, regalo di una coppia di amici che è stata lì in viaggio di nozze e ha qualche settimana di vita in più del (compianto) laccio nero. E poi altri due, i soliti braccialetti che compri sulla spiaggia o seduta fuori al tavolo di un locale da un povero disgraziato venuto da chissà dove che perderebbe la voce pur di guadagnare un euro. Di uno ricordo bene il giorno in cui l’ho legato al polso e con chi ero. Dell’altro ho un vago ricordo, ma credo che si sia già avviato il processo di rimozione. Comunque tanto ormai non so più distinguerli.

gassa d’amante e trinacrias

Quando anche io decisi di averne uno uguale, lei non voleva regalarmelo perché sosteneva che rappresentava la sua anima nera. E che io ero, invece, un’anima bella. Poi si convinse, ne comprò uno e me l’annodò al polso. Un laccio nero. Di cuoio. Un solo giro con un doppio nodo. Intorno al suo polso invece i giri sono di più. A settembre di due anni fa decisi di mettere un ciondolo. La mia isola. Ora il braccialetto è rovinato e sono giorni che penso di acquistarne uno nuovo per non perderla (lei o l’isola?). Stanotte nel sogno andavo in un negozio di articoli nautici. Pieno di cime. Colorate. Ne sceglievo una. Blu notte. Piccola, in realtà era un cordoncino sottile. Il ragazzo del negozio mi diceva che per annodarla dovevo fare il nodo “trinacrias”, mi indicava però sul pannello una gassa d’amante. Con la cima tra le mani mi accorgevo che in realtà la cima alla fine aveva un prolungamento. Due pezzi di cinghia, di cotone o molto più probabilmente di un materiale sintetico. Rassegnata e sconsolata lo ripongo al suo posto, nell’espositore.

Stamattina dopo la quotidiana croce sul calendario, in bagno ho fissato il bicchiere col disegno di Mirò che contiene gli spazzolini. Sono tre. Uno mio e due suoi. Non riesco a buttarli. E quando compro il dentifricio prendo sempre quello che piaceva a lei, che per la cronaca a me fa schifo. Ho però, col cambio stagione, riempito il suo armadio e il suo cassettone. In frigo in compeso ci sono due barattoli di yogurt, da tre mesi. Fate voi.

Ah, la gassa d’amante mi pare il nodo perfetto.

trinacrias
trinacrias