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Sulla poltrona

e così mi ritrovo in una casa che era mia e che adesso non lo è più. Ma è di tutti. Di chi passa da Palermo per lavoro o piacere.

In una casa che non ho mai abitato. Forse ci ho dormito un paio di volte. Ma non ne ho memoria . Col tempo per fortuna la memoria si perde, va via. E quel ricordo che ieri era gigantesco, insormontabile oggi ti sembra  che non sia mai esistito. E di ricordi che non mi appartengono più ne ho tanti.

Però invece ci sono quei ricordi che ti segnano l’anima, che sono tracciato con una pennarello indelebile sulla tua pelle, sul tuo cuore. Come le ore trascorse su una poltrona frau. Un tempo rossa, Poi fiorata e adesso di un glicine tenue.

Una poltrona che da via Villafranca si è spostata in via stabile e adesso si trova a Piazza Montevergini.

Era di nonna. Anzi dei nonni. Ma io nonno non l’ho mai conosciuto. Adesso è di tutti, dei tanti turisti che passano da qua e si fermano.

Io però quelle ore sulla poltrona raggomitolata con la testa sul bracciolo le sento ancora vive. E sento il rumore della tv del sabato sera, di Avanti Tutta e di nonna che a un certo punto mi dice di andare a dormire.

Ho sonno. Mi abbandono. Mi faccio abbracciare da quei ricordi.

l’ultima notte felice del mondo

L’ultima notte felice del mondo può arrivare così mentre meno te l’aspetti, mentre in forno a 180 gradi una torta salata con salmone, zucchine e stracchino gonfia. Prende forma. Almeno lei prende forma. E si colora. Abbandona quel pallore del crudo e diventa dorata. La guardi e pensi che tutto sommato hai fatto un buon lavoro, tra una telefonata e l’altra. E un bicchiere di birra molto italiotto. Nastro azzurro. Per fortuna se apri il frigo ormai non c’è più il rischio di rimanere a secco. Qualcosa da scolare e ingurgitare la trovi sempre. L’ultima notte felice del mondo scopri che se lo scrivi su google è tra i primi risultati, prima i Baustelle. Beh, del resto è una loro idea. Io l’ho rubata. Mesi fa, oramai. L’ultima notte felice del mondo capisci che se non vuoi sentire nessuno devi solo staccare il telefono. Del resto chi ha più ormai i numeri di casa?

L’ultima notte felice del mondo Rai3 decide:  “allacciate le cinture”. E non ce la posso fare.

Casa, come il lavoro, sembra l’unico posto sicuro. Uscire è troppo, ora. Di nuovo. Chissà cosa è scattato. Fuori fa paura.  Fa freddo. Non è sicuro. Non c’è nessuna calamita che ti attrae. Quella sta sul divano, quello rosso (sempre lui).

E ad un tratto hai paura di tornare indietro. Di non avere scampo. E che ormai te la porti dietro. Forse va così per la distanza, per Siviglia, per Roma. Va così. E non diversamente.

Chissà altrove come sarebbe.

Vergogna

Un po’ mi vergogno. Perché sono grande e forse non è più consentito sognare. Ma io nei sogni mi perdo, ancora. Per fortuna. E quando mi lascio alle spalle la pesantezza della quotidianità, l’incertezza del futuro e l’ansia della precarietà. Volo. In alto. Pure se piove, come stamattina. E poi con il tempo libero che ho leggo storie, vedo foto e immagino vite. Quelle degli altri. Anzi no. Quella nostra. E vorrei ( e lo so che ti arrabbi mentre a me si forma un nodo in gola) che a volte quelle vite fossero anche in minima parte la nostra. E invece no. C’è questa pesantezza che ci porta via. Il sorriso. La spensieratezza. Ogni momento. Ogni singolo momento è appesantito. Ogni cosa che potrebbe essere bella perché semplice cambia forma. Penso a quando siamo andati a Menfi. E alle lamentele per il posteggio. Per il passeggino. Lì a ricordarmi (nonostante fossimo munite di passeggino) e a ricordarlo al mondo intero che “lei è convinta che i bambini sono grandi. Siamo le uniche che non ci portiamo dietro il passeggino”.

Non so perché ci sto pensando ora. Boh. Forse penso a un giorno qualunque che poteva essere di serenità e invece qualcosa come sempre è andata storta. Io la ricordo così quella giornata. Magari tu hai altri ricordi.

Ridiamo amore? Riusciamo più a guardarci negli occhi con amore? Abbiamo più quella luce sul volto? Mi capita spesso di guardare le foto di una estate fa. Quelle del nostro profilo e gli occhi ridono. Il cuore batte.

Lo preciso perché non voglio equivoci. Non ne hai colpe. E se ci sono non sono solo tue. Ma ti sto dicendo quello che a parole spesso non riesco a dire. E per me non è da adolescenti scrivere. A me viene meglio farlo così. Da sempre.

A volte penso a noi, ai bambini. A noi che CON IL PASSEGGINO andiamo in giro per Palermo. Per la città. Che viviamo. Vorrei fossimo altro. Vorrei che ci impegnassimo per diventare altro. Lo so che è rischioso e scivoloso questo ragionamento ma non posso tenerlo dentro. Non posso più. Mi pare che manchi qualcosa? Cosa? Intimità? Condivisone? Progettualità ? Crederci veramente? L’amore no. Almeno non per me. Non starei qui a scriverti queste parole

Per ora è stato tutto in salita. E non sappiamo come sarà poi. Ma amore ho bisogno di sentire qualcosa che mi manca. Forse sei tu che mi manchi. Sentire che mi vuoi. Che mi desideri. E non parlo di sesso. Di letto. Parlo di testa. Di mani. Di cuore. Di occhi. Di parole.

Tua

Ancora

Più si avvicina, più si allontana. Potrebbe essere una affermazione ma anche una domanda. E, manco a dirlo, la risposta non la conosco. Sarebbe bello però che fosse realmente così. E forse solo così si spiegano le lacrime di domenica. Il cercarsi allo specchio con il volto rigato dal pianto. Accendersi una sigaretta. Respirarla, con la stessa intensità di un anno fa. Nello stesso salone, del libro. Nella stessa Torino. Come se il tempo si fosse fermato. Mi fa paura. Mi angoscia. Mi disorienta. Dicono che è normale. Sarà la ricorrenza, la rabbia che non mi abbandona.  Ancora. Cerco spiegazioni e le trovo (più gli altri che me) nel futuro, nel presente. In quello che sto per fare. Se va bene avrò qualcosa, qualcuno di bello a cui pensare. Sarò costretta a guardare al futuro. Come se tutto il resto non bastasse. Io per prima.

dal 14 marzo

Il mare è la cura ad ogni cosa. Così decidi di isolarti e distogliere lo sguardo da altro, il cuore dalle parole, mentre la macchina corre veloce verso l’aeroporto. Ti riempi gli occhi di blu e provi a sentirne l’odore. Perché il dolore è forte e devi per forza contrastare tutta questa bruttezza. Per me, gratuita. Finalmente dopo tre giorni di domande, a pochi minuti dalla separazione, il rospo salta fuori. E si aggrappa con le zampine sul volto. E non vedi più nulla. E alla cecità visiva si accompagna una cecità sentimentale. Ti chiedi perché ancora qualcuno abbia voglia di farti soffrire deliberatamente. E non lo capisci. Soprattutto con tutti i sacrifici che facciamo. Io e lei.

un buon non compleanno

ieri ho spento un’altra candelina. ho festeggiato un altro non compleanno. perché dopo che hai rincorso il dolore, l’hai accarezzato, ci sei andato a dormire, ti ci sei svegliato, l’hai preso per mano e hai cercato la fine, dopo tutto questo, non puoi far altro che festeggiare ogni giorno. Anche se non c’è un vero motivo. Anche se il tuo vero compleanno è stato 10 giorni prima. E così ti ritrovi a casa con amici e soffi. Perché ogni soffio spazza lontano, sempre più lontano, tutto il resto.

Dedicato

Una mattina ti svegli dopo un’altra notte insonne, di incubi e di lacrime, e decidi di fare un passo. Importante. Per me e pure per lei. Almeno così mi racconto nella mia testa. Così ad un tratto Chiara e il suo fake vengono inghiottiti dalla rete.
Adesso è lei (Federica) che ha tra le mani un’altra me. Ha cambiato la password. Mi allontano dalle tentazioni ossessive di controllare costantemente l’altra. Di vedere se esistono foto. Se ci sono tracce. Perché ogni volta che le ho trovate sono stata male. Un pugno allo stomaco. Un lancio nel vuoto. Una vertigine. Si avvicina l’estate. E con lei le ferie. E la paura di scoprire altro prende il sopravvento. Mi difendo così. Ciao fake. Chissà se, quando e dove ci rivedremo. Ma io dell’altra e della sua vita con lei non voglio sapere più nulla. Spero che sprofondi nell’asfalto rovente dell’estate milanese. Che venga risucchiata come dalle sabbie mobili. Sì, lo spero. Chiudo gli occhi e spero che l’altra scompaia. O che rimanga in vita con sofferenze più atroci di quelle mie. Sì, lo so non è colpa dell’altra. La colpa è di Lei, della sua vita. Ma non basta, non serve.

Purtroppo.

Ore al telefono. A parlare, a scoprirsi, a lasciar scivolare la coperta di Linus che tutti abbiamo. Perché alla fine è la coperta che ci protegge. Ma a volte fa caldo. E senti che devi prendere aria. E lo fai in tanti modi. Stando al telefono con amici di sempre e amici nuovi. E ti senti ripetere sempre le stesse cose, nel bene e nel male. Magari alla fine ci credo pure io. Così confessi che, in realtà, a quella cena di tanti anni fa eri attratta da lei. Ma erano i tempi degli uomini. Delle domande. Che hanno trovato una risposta concreta solo due anni fa. Mi fermo e penso. Ho scolpito addosso ogni secondo di noi. Del prima, del dopo e del mentre. E scendono le lacrime, ritorna il nodo alla gola e accendo una sigaretta. Una delle tante di questa giornata afosa, stancante. E così lei, cadendo dalle nuvole, si mostra stupita. Si scherza. Si gioca. (E non mi dispiace). Ma si parla tanto. Ci si scopre. Entri nella testa delle persone, per poco. Nelle loro scelte passate. Nella loro vita. Ti affacci e ascolti la storia.

A volte in religioso silenzio. Altre volte chiedi. Altre volte pensi. È così da qualche giorno.

E mi piace. È una novità. È aria fresca. È un punto. Non so se fermo. Perché poi a volte dentro le cose ci sto stretta. Mi sento soffocare. E mi viene l’ansia. E mi chiedo “ma perché con lei non mi sentivo soffocare?”. Però almeno avevo l’ansia. Spesso. E facevo bene.

Così la Croazia diventa viaggio. Oggi con Ricky abbiamo messo ordine nei nostri giorni. Alla fine tre isole. Forse sarà stancante ma ho paura di stare ferma in un luogo per troppo tempo. Forse anche questa è fuga. O scoperta.
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. José Saramago

La fabbrica del vapore

L’ultima volta era marzo. E non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Oggi è in fondo un’altra vita. Bologna si presenta così : luna piena, caldo umido e gli studenti che cantano Dalla. Ascolto le note stonate di disperato erotico stomp. Ma non potevano scegliere un’altra canzone? Da lontano si sente qualcuno che urla vaffanculo. E penso che vorrei farlo anche io. Dopo la foto di Dimartino. Alla fabbrica del vapore. Come vorrei che fosse così la sua storia, di vapore che si sparge nell’aria. Si perde e se ne va. Ha i capelli corti. Più corti del solito. Sembra finta e lo sguardo non mi inganna. Non è felice, è ingessata. Chi avrà scattato la foto? L’altra dal profilo orrendo? Oppure no. E chi avrà scattato la foto dell’altra? Lei? Ossessione. Domande su domande. E ora sì che vorrei scriverle. E forse insultarla e mentre lo penso sento gli occhi gonfiarsi. Perché in realtà vorrei dirle: non ci credo, non ci credo che stai bene e che sei riuscita a farmi così male. Non puoi essere tu. Non ci credo che non mi ami più. Scendono sul viso e scivolano le lacrime. Così vicine ma così lontane. E mi manca. Oggi di più. Sono ormai le tre. Le tre di un’altra notte che si prospetta peggio di tante altre. Ancora di più. Ma è possibile? Mi guardo allo specchio, quasi nuda (fa caldo). Indosso degli slip dal colore improbabile. E non riconosco il mio corpo, ormai scheletrico. Accarezzo le costole ad una ad una. Poi le conto. Sono tutte, pare. Affondo la mano tra una costola e l’altra. E mi guardo perplessa. Riesco in terrazza e accendo un’altra sigaretta. Poi un’altra ancora. E potrei continuare fino all’infinito. Per passare il tempo. Per impegnare le mani. Scrivo e fumo e penso. E di nuovo penso, scrivo e fumo.
Ma non si può staccare il cervello? Cambiare? Portare via la memoria, almeno?
Ricky prova e ci riesce. Mi distrae. La distraggo. Stiamo a lungo al telefono. Parliamo della Croazia, dei dieci giorni, o poco meno, di vacanza che abbiamo organizzato senza pensarci troppo. Senza farci troppe domande. Stanche entrambi di un inverno che sembra non finire mai. Ma da qualche parte bisognerà pure ricominciare. Me lo ripeto. Un po’ di ansia. Ma non vedo l’ora partire, di vedere altro, di conoscere posti nuovi, di mettermi in gioco, di ricominciare a vivere. Di lasciarmi tutto alle spalle. Di lasciarla là, nella sua assoluta incapacità di capire, di pensare, nella sua leggerezza. Giro lo sguardo a destra e trovo appesa al muro la foto di nonna, in bianco e nero coi capelli appena appuntati. Ora provo a dormire.

E di nuovo cambio casa

Una lunga telefonata con superattico a parlare delle omonime, a immaginare un ritorno non immediato ed ecco come fottersi una notte. Di sogni che sembrano veri e belli. Così questa notte lei tornava a casa ma in quella di Palermo. Prendeva le sue cose in una Milano deserta e con fermezza e il suo sguardo versione sincera mi diceva “ti aspetto a casa”. Ma era quella di Roma. E io suggerivo di cercarne un’altra insieme come se questa fosse ormai contaminata da brutti ricordi. Un sogno in cui ero felice, tanto felice da non volermi svegliare in piena notte per andare a fare la pipì. Poi apro gli occhi e non capisco dove sono. La luce fioca dell’alba o forse dei lampioni mi aiuta dopo qualche secondo a capire che sono nel mio letto, da sola. Piazzata al centro come una regina tra due cuscini. Finalmente dopo essermi guardata in giro trovo la porta della stanza, intravedo le teste di moro, lo scrittoio liberty, la sedia arancione con le ruote, i Dvd nella libreria. Capisco che è un sogno, che purtroppo è solo un sogno. O un segno? Mi alzo. E vado in bagno. Torno a letto. Chiudo gli occhi e cerco ancora le sue parole, i suoi occhi, la sua mano. Mi riaddormento serena, incosciente. Quando suona la sveglia mi sento avvolta da una leggera malinconia. E mi ritrovo nella vita reale. E lei non c’è.