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esterno giorno

l’odore acre di benzina, il lamento dei gabbiani, un rumore di sottofondo come di un motore fuoribordo. Se chiudi gli occhi è mare. Senti la brezza sulla pelle, il sole tiepido delle nove del mattino, guardi l’orizzonte e sembra quasi che l’acqua di mare con il suo sale sia diventata una chiazza di olio. Giù, in fondo a sinistra, intravedi la sagoma di Ustica che si allunga. Alle spalle delle case basse, di pescatori, sghembe, senza armonia. Dai colori disparati (e anche disperati). Una nota stonata: la villa del Sindaco, ormai decadente come lui. Ti piace farti dondolare dalle onde, onde lunghe. Ritmate. Onde che leggermente sbattono sulla chiglia della barca. Come se facessero l’amore. Dolcemente. Tu e il mare. Nessun altro. Perché è così che ora lo desideri. Poi apri gli occhi e ti ritrovi curva su una scrivania a ticchettare sulla tastiera. L’odore di benzina è quello di una motozappa o forse di una falciatrice intenta a sistemare i giardini del Quirinale. Il rumore è il loro. I gabbiani sono quelli che volano sui cieli di Roma e si bagnano nel Tevere e mangiano dai cassonetti. Il dondolio non è altro che il mal di mare che non c’è.

dal 14 marzo

Il mare è la cura ad ogni cosa. Così decidi di isolarti e distogliere lo sguardo da altro, il cuore dalle parole, mentre la macchina corre veloce verso l’aeroporto. Ti riempi gli occhi di blu e provi a sentirne l’odore. Perché il dolore è forte e devi per forza contrastare tutta questa bruttezza. Per me, gratuita. Finalmente dopo tre giorni di domande, a pochi minuti dalla separazione, il rospo salta fuori. E si aggrappa con le zampine sul volto. E non vedi più nulla. E alla cecità visiva si accompagna una cecità sentimentale. Ti chiedi perché ancora qualcuno abbia voglia di farti soffrire deliberatamente. E non lo capisci. Soprattutto con tutti i sacrifici che facciamo. Io e lei.

io le donne le ho sempre amate

Io le donne le ho sempre amate. Pure quando non lo sapevo. E le ho amate intensamente. E non parlo di mia nonna e nemmeno di mia mamma. Anche se oggi ,che è la festa della donna, per me è anche un po’ la festa della nonna. E nonna Maria, oggi, voglio ricordarla cucinando una delle tante cose che mi ha insegnato: le striscioline di frittata coi piselli in umido.

Nonna Maria come mamma mi hanno insegnato il valore di essere donna, il rispetto, l’amore per gli altri, per i libri, per il mare, per la famiglia.

Io amo così tanto le donne che me ne sono innamorata, tanto. Ho vissuto, prima, un amore malato, incondizionato come quello di Gerda per Einar e per Lili in The Danish Girl. E ora, invece, è arrivato l’amore non solo per lei ma anche per me. Il rispetto.  Perché a volte dimentichiamo che per amare bisogna amarsi. Io la amo, ma questa volta come amo me.

Poco più di 24 ore

lascio Roma per qualche ora e mi sembra di respirare.  Attraversiamo in macchina il Lazio e parte dell’Umbria. Io, il traduttore, mare nostrum e camera. Ci accompagnano le note e le parole  dei Beatles, attraversiamo distese di verde e di grano, incontriamo qualche bica. Vediamo il sole tramontare e paesi dal nome strano: uno per tutti, Bastardo. Faccio coming out ma tutti rimangono impassibili. Forse perché lo sanno già. C’è chi la conosce e chi, immagino, lo sappia per altre vie. E penso “nemmeno il piacere di dire quello che sono”. Si perché per ora, cioè d.c.,  sento come la necessità di urlare al mondo ciò che sono e che mi manca.

Si parla, si ride, ci si racconta. Ci si scopre. Ci si lascia andare. C’è chi scopre di essere fidanzata a sua insaputa e chi vive una ex storia come la mia, seppure più breve. ” Perché non importa quanto si sta insieme ma l’intensità del rapporto”. E su questo siamo tutti d’accordo.

Poi il pellegrinaggio ad Assisi. Sembriamo un gruppo di giapponesi che ad ogni angolo scatta foto, in maniera compulsiva. Come se volessimo immortalare ogni istante di questa fuga, di queste 24 ore.

Le stanze. La prima era lilla, la seconda celeste. Io e traduttore ci spostiamo dalla prima alla seconda stanza, che ha un letto matrimoniale e uno singolo. Io non ho alcuna difficoltà a dormire con lui, anche perché sonno innocua. Ma non faccio testo, capisco che per lui potrebbe essere un problema dormire insieme. E il mio dubbio non è sbagliato. Tant’è che mi dice: “sinceramente non ho mai dormito con una donna nello stesso letto senza averla prima baciata”. Rido, di cuore. E dico: “non c’è questo rischio, cambiamo stanza”.

la sveglia suona alle otto. Mi alzo, faccio pipì e mi catapulto senza lavarmi fuori a fare colazione. Nel frattempo mi raggiungono gli altri. Alle nove e trenta lasciamo Palazzo per Bastìa Umbra. Dove ci aspetta il concorso della RAI. Prima però ci fermiamo in un campo di girasoli a farci qualche foto. Sorridenti come se il nostro unico obiettivo fosse quella foto. Il traduttore me ne scatta una, coi capelli al vento. Gli occhiali bianchi, il pantalone carta da zucchero e la camicia già sudata. È presto ma ci saranno già almeno trenta gradi. Alla fiera capisco subito che qualcosa non va. “Ma come è che sono nel padiglione di quelli che hanno il cognome con la p la R e la esse?”. Aspetto in silenzio che scorra la fila e dopo poco scopro il mistero. Mi ero registrata col nome e non come il cognome. Un ottimo inizio, dico tra me e me. In quattro palermitani riusciamo ad occupare dei posti vicini. Ma durante la prova a stento riusciamo a scambiarci qualche parola. Sul test tralascio ogni considerazione. Ma sarebbe stato meglio se nei giorni che ho dedicato allo studio andavo al mare con la settimana enigmistica. Chissà quante risposte giuste ho dato. Lo scopriremo tra poche ore. Passa il tempo, il tabellone con l’orologio scorre all’indietro. E non so se mi trovo a “chi vuole essere milionario” o in qualche programma di Carlo Conti. Mentre rispondo torna lui, il tremore. Colpa dei farmaci. Ogni tanto così senza un perché inizio a tremare come se avessi il Parkinson. E la penna inizia ad oscillare nella mia mano. Rido, non posso far altro. Mi fermo, bevo un sorso d’acqua e riparto. Tempo scaduto. Mani in alto e tutti fuori. Questa volta verso Deruta, dove ci fermiamo a pranzo. L ‘ultima volta c’ero stata con tutta la famiglia nel 1992. Ovviamente non ricordo nulla.

Rientrata a Roma dalla Nomentana inizia la via Crucis. Ogni posto mi riporta a lei e a poco a poco l’aria comincia a mancarmi. La clinica dove ho fatto l’intervento agli occhi. L’insegna di Ikea. La via del ristorante di sushi brasiliano. La stazione. Via Cavour. Le scale della metro dove ho conosciuto il gatto. La villa dove andavamo e così via fino a quando non arrivo a casa. E si ricomincia con la routine. Con le assenze.

Poi di sera arriva un messaggio di una mia amica, Federica: “una mia amica ha letto qualche post del tuo blog, si riconosce in tante cose che scrivi. Può aggiungerti su Facebook?”. “Certo”, rispondo.

Arriva lei, Ricky. E cerco di scrivere più in fretta che posso perché le ho promesso che stasera troverà un nuovo post. E non mi piace deludere le persone. Ma ora ritorno a vedere la nuova puntata di Tyrant, dopo essermi drogata con un’altra serie Hawthorne.

Ma c’è anche la storia dell’elefante che domani racconterò.

 

 

 

 

 

Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.

Una persona per bene

È fatta. Ci riesco. Dopo settimane di tentennamento mi stacco dal bunker e prendo un volo. Direzione terra!!! Alla Cristoforo Colombo. No, niente America. Ma nella mia terra. Siamo cinque. Due lui e due lei. Conosco poco, ma quel poco che mi basta per sentirmi a casa, i ragazzi. Un’estate fa tra un vicolo e una birra rovesciata. Quando stavo scoprendo il nuovo mondo. E mi appartengono. Non nel senso di possesso ma di famiglia. E non parlo della famiglia dei froci. Ma parlo di persone che mi hanno conosciuta per come sono. Dopo ore di ritardo, arriviamo. Al terminal mi accoglie un amico di Catania. Ascoltato tanto dai pentiti: “no, signor giudice io ascolto solo radio maria e radio radicale”. Tutto questo detto in un dialetto siciliano da far invidia a Montalbano. Ascolto i suoi racconti dell’ultimo processo, mentre mangiamo cozze seduti a un tavolo di plastica rivestito da una tovaglia di carta. Grande parlatore. E ad un tratto Catania mi sembra bellissima. L’odore del mare. I gozzi così fermi da sembrare sulla terra. Le luci fioche. La musica commerciale di un locale accanto. Musica che in altri momenti avrei odiato, ma ora interrompe i pensieri. In aereo conosco Michele, giornalista (fa ufficio stampa ma non ho capito per chi). Mi colpisce subito. Sembra uno di quei personaggi uscito da un film degli anni 50, baffetto e occhiali. Testa riccia e castana. Ha la mia età. E penso: è una persona per bene. Chiacchieriamo e il tempo passa. Io provo maldestramente a farmi delle foto, con l’ipad. In testa ho una sciarpa vietnamita. E sembro una fondamentalista islamica. Penso a Michele e spero che trovi una persona che lo ami (magari ce l’ha già una donna o uomo) perché mi sembra troppo per bene.

Siamo a mare

Ci vuole uno bravo. A questo punto forse sarebbe meglio una équipe di esperti. Quasi ogni notte, insieme a lei (che è una costante), torna il mare, l’acqua. In tutte le sue forme. Stanotte pescavo. O forse guardavo qualcuno pescare. Un errore, un amo finito per sbaglio nella bocca di un pesce, o forse di un cane. Forse Mina, forse Martina. Acqua torbida. Come quella del racconto dei racconti, quando il re vestito da palombaro cammina sott’acqua per catturare il drago e portare alla regina il suo cuore. Acqua torbida come quella del fiume in cui camminavo con la testa appena fuori dall’acqua. Cercavo di avvicinarmi alle sponde, mentre delle sanguisughe provavano a salirmi sul volto. Nere e grosse come delle lumache fuori dal guscio. E ancora il mare di Sferracavallo. Io affacciata alla finestra della stanza da letto dei miei a cercare di scattare una foto all’isola. Ma il campo era sporco: c’erano dei sommozzatori, dei gommoni e della pattuglie di polizia o carabinieri sul lungomare. Quando guardavo a occhi nudi, senza interporre tra me e la realtà il telefono, il cielo era grigio, il mare era scuro e increspato. Con l’iphone tra le mani tutto diventava lucente, brillante. l’Isola coi suoi colori forti e il mare dorato per i raggi del sole. Ma Isola a volte diventava l’altra isola, quella che amo. E che avevo trovato e ora ho perso. O il mare di Istanbul. L’onda anomala, delle vecchie cinquecento posteggiate sugli scogli che venivano travolte dalle onde. Una mamma e una bimba. La mamma che salva la bimba vestita di bianco. Io affacciata alla ringhiera della piazza sopra il mar di Marmara. Come il mare del Pozzo, con le sue calette. Suo papà. La jeep blu, come il tappo di una bic. E l’onda improvvisa che se la porta via. Venerdì mare, quello vero. Senza sogni.

in mezzo al mare
in mezzo al mare