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Dedicato

Una mattina ti svegli dopo un’altra notte insonne, di incubi e di lacrime, e decidi di fare un passo. Importante. Per me e pure per lei. Almeno così mi racconto nella mia testa. Così ad un tratto Chiara e il suo fake vengono inghiottiti dalla rete.
Adesso è lei (Federica) che ha tra le mani un’altra me. Ha cambiato la password. Mi allontano dalle tentazioni ossessive di controllare costantemente l’altra. Di vedere se esistono foto. Se ci sono tracce. Perché ogni volta che le ho trovate sono stata male. Un pugno allo stomaco. Un lancio nel vuoto. Una vertigine. Si avvicina l’estate. E con lei le ferie. E la paura di scoprire altro prende il sopravvento. Mi difendo così. Ciao fake. Chissà se, quando e dove ci rivedremo. Ma io dell’altra e della sua vita con lei non voglio sapere più nulla. Spero che sprofondi nell’asfalto rovente dell’estate milanese. Che venga risucchiata come dalle sabbie mobili. Sì, lo spero. Chiudo gli occhi e spero che l’altra scompaia. O che rimanga in vita con sofferenze più atroci di quelle mie. Sì, lo so non è colpa dell’altra. La colpa è di Lei, della sua vita. Ma non basta, non serve.

Purtroppo.

Ore al telefono. A parlare, a scoprirsi, a lasciar scivolare la coperta di Linus che tutti abbiamo. Perché alla fine è la coperta che ci protegge. Ma a volte fa caldo. E senti che devi prendere aria. E lo fai in tanti modi. Stando al telefono con amici di sempre e amici nuovi. E ti senti ripetere sempre le stesse cose, nel bene e nel male. Magari alla fine ci credo pure io. Così confessi che, in realtà, a quella cena di tanti anni fa eri attratta da lei. Ma erano i tempi degli uomini. Delle domande. Che hanno trovato una risposta concreta solo due anni fa. Mi fermo e penso. Ho scolpito addosso ogni secondo di noi. Del prima, del dopo e del mentre. E scendono le lacrime, ritorna il nodo alla gola e accendo una sigaretta. Una delle tante di questa giornata afosa, stancante. E così lei, cadendo dalle nuvole, si mostra stupita. Si scherza. Si gioca. (E non mi dispiace). Ma si parla tanto. Ci si scopre. Entri nella testa delle persone, per poco. Nelle loro scelte passate. Nella loro vita. Ti affacci e ascolti la storia.

A volte in religioso silenzio. Altre volte chiedi. Altre volte pensi. È così da qualche giorno.

E mi piace. È una novità. È aria fresca. È un punto. Non so se fermo. Perché poi a volte dentro le cose ci sto stretta. Mi sento soffocare. E mi viene l’ansia. E mi chiedo “ma perché con lei non mi sentivo soffocare?”. Però almeno avevo l’ansia. Spesso. E facevo bene.

Così la Croazia diventa viaggio. Oggi con Ricky abbiamo messo ordine nei nostri giorni. Alla fine tre isole. Forse sarà stancante ma ho paura di stare ferma in un luogo per troppo tempo. Forse anche questa è fuga. O scoperta.
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. José Saramago

La fabbrica del vapore

L’ultima volta era marzo. E non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Oggi è in fondo un’altra vita. Bologna si presenta così : luna piena, caldo umido e gli studenti che cantano Dalla. Ascolto le note stonate di disperato erotico stomp. Ma non potevano scegliere un’altra canzone? Da lontano si sente qualcuno che urla vaffanculo. E penso che vorrei farlo anche io. Dopo la foto di Dimartino. Alla fabbrica del vapore. Come vorrei che fosse così la sua storia, di vapore che si sparge nell’aria. Si perde e se ne va. Ha i capelli corti. Più corti del solito. Sembra finta e lo sguardo non mi inganna. Non è felice, è ingessata. Chi avrà scattato la foto? L’altra dal profilo orrendo? Oppure no. E chi avrà scattato la foto dell’altra? Lei? Ossessione. Domande su domande. E ora sì che vorrei scriverle. E forse insultarla e mentre lo penso sento gli occhi gonfiarsi. Perché in realtà vorrei dirle: non ci credo, non ci credo che stai bene e che sei riuscita a farmi così male. Non puoi essere tu. Non ci credo che non mi ami più. Scendono sul viso e scivolano le lacrime. Così vicine ma così lontane. E mi manca. Oggi di più. Sono ormai le tre. Le tre di un’altra notte che si prospetta peggio di tante altre. Ancora di più. Ma è possibile? Mi guardo allo specchio, quasi nuda (fa caldo). Indosso degli slip dal colore improbabile. E non riconosco il mio corpo, ormai scheletrico. Accarezzo le costole ad una ad una. Poi le conto. Sono tutte, pare. Affondo la mano tra una costola e l’altra. E mi guardo perplessa. Riesco in terrazza e accendo un’altra sigaretta. Poi un’altra ancora. E potrei continuare fino all’infinito. Per passare il tempo. Per impegnare le mani. Scrivo e fumo e penso. E di nuovo penso, scrivo e fumo.
Ma non si può staccare il cervello? Cambiare? Portare via la memoria, almeno?
Ricky prova e ci riesce. Mi distrae. La distraggo. Stiamo a lungo al telefono. Parliamo della Croazia, dei dieci giorni, o poco meno, di vacanza che abbiamo organizzato senza pensarci troppo. Senza farci troppe domande. Stanche entrambi di un inverno che sembra non finire mai. Ma da qualche parte bisognerà pure ricominciare. Me lo ripeto. Un po’ di ansia. Ma non vedo l’ora partire, di vedere altro, di conoscere posti nuovi, di mettermi in gioco, di ricominciare a vivere. Di lasciarmi tutto alle spalle. Di lasciarla là, nella sua assoluta incapacità di capire, di pensare, nella sua leggerezza. Giro lo sguardo a destra e trovo appesa al muro la foto di nonna, in bianco e nero coi capelli appena appuntati. Ora provo a dormire.

E di nuovo cambio casa

Una lunga telefonata con superattico a parlare delle omonime, a immaginare un ritorno non immediato ed ecco come fottersi una notte. Di sogni che sembrano veri e belli. Così questa notte lei tornava a casa ma in quella di Palermo. Prendeva le sue cose in una Milano deserta e con fermezza e il suo sguardo versione sincera mi diceva “ti aspetto a casa”. Ma era quella di Roma. E io suggerivo di cercarne un’altra insieme come se questa fosse ormai contaminata da brutti ricordi. Un sogno in cui ero felice, tanto felice da non volermi svegliare in piena notte per andare a fare la pipì. Poi apro gli occhi e non capisco dove sono. La luce fioca dell’alba o forse dei lampioni mi aiuta dopo qualche secondo a capire che sono nel mio letto, da sola. Piazzata al centro come una regina tra due cuscini. Finalmente dopo essermi guardata in giro trovo la porta della stanza, intravedo le teste di moro, lo scrittoio liberty, la sedia arancione con le ruote, i Dvd nella libreria. Capisco che è un sogno, che purtroppo è solo un sogno. O un segno? Mi alzo. E vado in bagno. Torno a letto. Chiudo gli occhi e cerco ancora le sue parole, i suoi occhi, la sua mano. Mi riaddormento serena, incosciente. Quando suona la sveglia mi sento avvolta da una leggera malinconia. E mi ritrovo nella vita reale. E lei non c’è.

 

 

Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.

Appropriazione indebita

art. 646 del Codice Penale:

« Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a € 1.032.Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario, la pena è aumentata. Si procede d’ufficio se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel n. 11 dell’articolo 61. »

l’articolo parla chiaro. e allora si tratta di appropriazione indebita. di un’ultima caduta di stile. perché davvero questo è stato. è andata via nel peggiore dei modi. portandosi via anche una nostra foto che nella migliore delle ipotesi riporrà in un cassetto, o dentro ad un libro. Almeno lo spero, perché se la lascia sul comodino (avrà pure un comodino) lo troverei disgustoso. E poi i vinili. Certo pensare che avrebbe mantenuto la promessa che si sarebbe presa solo quelli regalati da Luca era proprio da deficiente. E infatti ne ha portati via degli altri comprati insieme. Che poi non ha la piastra (manco quella della cucina) quindi dove mai li ascolterà? Non lo so e non lo voglio sapere. Una calamita, un libro regalato a lei che non avevo messo nelle scatole perché la signora non ama leggere libri già letti, libri usati, e io mi ero permessa di farle questo sgarbo. Una calamita e un segnalibro. Poca roba, rispetto a tutto il resto. A come mi ha lasciata e a cosa si è portata via di me.

Miao

Il gatto ha chiamato. “Non so sei stata informata che farò parte della delegazione che viene a ritirare i prigionieri di guerra, tipo scambio Germania- URSS”. Lui lo trova divertente. E mi chiede di ospitarlo fino a “domingo”, quando ripartiranno per Milano. So, però, solo io quanto mi è costato mettere parte della mia vita dentro degli scatoloni”. Ecco è appena arrivato un messaggio. Dorme dai suoi zii. O si è reso conto che non era il caso, o il contrordine è arrivato da altri. Chissà, io tiro un respiro di sollievo intanto. Forse solo sabato dovrò accollarmi la sua presenza. Ma a questo punto spero proprio che non sia così.  Visto che io il coraggio di dire di no non l’avuto. Per mille motivi. Due giorni insieme a Gerusalemme. E’ il suo migliore amico. E gli voglio bene. Ma del resto, nonostante tutto e tutti, la amo ancora. Oggi è giornata di altalena.

E quando un giorno sarai lontana

Una mattina ti svegli canticchiando Jovanotti, ed è subito sera. Così l’altra mattina mi sono trovata ad ascoltare il mio canto stonato: “e quando un giorno sarai lontana e vedrai il cielo quando si colora pensami almeno per un momento, pensami almeno per mezz’ora na na na”. Ecco, queste sì che sono tragedie. A quel punto pensi che sia tutto finito. E non perché lei va a Milano ma perché, cristo, canti Jovanotti. Sospiri, un po’ ridi. Un po’ la maledici. Un po’ pensi: ma come è che mi sono svegliata con questa canzone in testa? Che ho fatto di male ieri sera? Che cazzo avrò sognato quest’altra notte tormentata? Qualcuno mi deve delle scuse. E questa volta non è il mio karma. Mio fratello per tranquillizzarmi mi racconta che quando è stato mollato ascoltava i Modà. Non so a chi è andata peggio. Certo è una gara, senza vincitori però.

Milano è una città di frontiera

io da Roma non ci passo più. Ieri sera la notizia. Una lunga telefonata che non avrei mai voluto ricevere: era lei, dal treno, di ritorno da Firenze. Sai mi trasferisco a Milano. Quando? Da metà giugno. Tuffo al cuore. Lacrime. Niente singhiozzi. Lei non lo nota. Parliamo del più e del meno. Fingo di essere felice. Ma in realtà a tre mesi dalla separazione mi sembra di ricevere il colpo mortale. Quello che ti fa vedere tutto buio. Che ti lascia senza forze. E in una valle di lacrime. Dove sono immersa da ore. Un pianto inconsolabile. Mi dice che va a vivere col suo migliore amico. Che è l’unica cosa positiva. Che l’ha desiderato tanto ma ora ha paura. Cerco di essere forte e le dico “finalmente vai dove volevi. È una bella responsabilità”. “Non so quanto durerà, – dice lei – poi non so quanto lui, lo chiamerò il gatto, starà a Milano”. E quelle parole mi rimbombano nella testa, penso già che prima o poi andrà a vivere con lei. Controllo la mappa e se le mie informazioni non sono sbagliate abiteranno a meno di 2 km. Cinque minuti di macchina, un quarto d’ora a piedi. Fumo e piango. Le lacrime bagnano le sigarette. Le accendo, una dietro l’altra. In maniera compulsiva. Provo a pensare che adesso potrò girare per le strade di Roma senza aver paura ma soprattutto speranza. Di incontrarla. E mi sento sconfortata. Ritorna il mio odio verso questa città. Dove mi ero ritrovata grazie a lei. Mi sento sola e sento di averla persa per sempre. Penso al giorno, che arriverà presto, in cui dovrà portare via le sue cose. Inizio a guardarle e toccarle una per una. Penso che voglio cambiare vita, a partire dal lavoro. Devo lasciarlo. Anche lui mi fa male, mi soffoca. La telefonata continua, ad un certo punto pare anche possa venire a casa. Ma è stanca. Si è svegliata presto. Male di testa, ciclo e non so che altro. Mi dice domenica passiamo una bella serata. Vorrei andare a vedere la mostra di la chapelle. L’ho già vista ma ci torno, volentieri, affermo. Ma poi che senso ha? mi chiedo per tutta la notte. Ora vorrei solo poter chiudere la porta di casa e lasciarmi tutto alle spalle. E invece sono qua, eh già.