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mi spengo d’immenso

Una sera d’inverno vedi una foto e tutto si spegne d’immenso. Capita, anche questo, per fortuna. Così con superattico, quantobasta e the apartment mentre scopri un’altra Lei, ti accorgi che ciò che prima era un fantasma adesso è un cesso. Nella scala dei valori, scende da persona idealizzata a una ragazzina qualunque. Col suo solito sguardo, pieno di sé, pieno di inquietudine e falso. E respiro profondamente. Cara Lei, quindi, anche se continui a tormentare le mie notti infilandoti in improbabili sogni ora ti vedo per quel che sei: una ragazzina. Oggi rido, anzi ieri sera ridevo per quello che hai fatto, per la tua superficialità, per le tue cazzate, e per il tuo essere ragazzina. Sì, ragazzina perché i bambini sono puri, i ragazzini sono spesso, invece, strafottenti. Non ti auguro nulla, già come sei è la cosa peggiore che potesse capitarti e l’averti persa è la cosa migliore che mi sia mai capitata. Chissà quanto male mi avresti ancora fatto. Ora ho una donna, una famiglia che mi ama. Due bimbi e delle responsabilità. Ora ho un’altra vita. Una nuova vita. C’est la vie.

Tra ottobre e novembre

Quando sei nata ultimanottefelicedelmondo pensavo saresti rimasta per sempre uno spazio dedicato a lei. Poi le cose cambiano, a volte inaspettatamente e fortunatamente.

La notte continui a non lasciarmi in pace, da qualche parte questa rabbia dovrà pur finire. E finisce nei sogni e nei muscoli del collo sempre più contratti e tesi. Sopportano da mesi, (ma che dico!) da anni, il peso di tante delusioni, frustrazioni, mortificazioni. Sono arrivata a Roma piena di speranze, di buoni propositi, di progetti che poi si sono infranti come un bicchiere di cristallo sul pavimento. Se dovessi fare un bilancio romano sarebbe negativo. Se dovessi pensare a qualcosa di bello di questi dieci anni per prima cosa mi verrebbe in mente Mina, poi la casa. E poi farei fatica. Perché tutto il resto anche se è stato bello non lo è stato per sempre.

Nella vita arriva un momento in cui si fanno bilanci e crescendo si accettano i fallimenti e le sconfitte. Si impara a convivere con tutto questo. E da questo si riparte. Non farlo sarebbe sciocco. Però se osi, se rischi, se ti metti in gioco di nuovo sei pazza, incosciente, fuori dal mondo.

48 ore

Me l’avevano detto ma non ci credevo. Loro parlavano, vomitavano
parole fastidiose, e io piangevo. Senza sosta. Poi succede che una
mattina ti svegli, capisci di aver dormito e ti ritrovi serena, con la
testa sgombra e con la voglia di cominciare la giornata, per vedere
come va a finire. Per sentirla.

Così ti alzi dal letto, accarezzi il cane dolcemente, tiri su la
serranda, vai verso la cucina, prendi il bicchiere e conti le gocce.
Venti. Prendi la chiave della terrazza, appesa sul calendario e ti
accorgi che martedì non hai messo la croce sul calendario e nemmeno
mercoledì. Sorridi, ti infili dei pantaloncini modello “punkabbestia”,
viola a scacchettoni, che ti scivolano, cambi la canottiera e indossi
una maglietta a maniche corte. La scegli accuratamente. Non hai voglia
di indossarne una che ti ricorda lei.

E, così, comincia la giornata. Col sorriso. Hai paura, perché in 48 ore è
cambiato qualcosa e in meglio. Ed è bello. Strano. Ma ti fa stare
bene. Non ti stacchi un secondo dal telefonino. E all’improvviso ti
senti un’altra donna.

Non sai se e cosa sarà, ma questa volta si vive day by day. Senza
fretta (anche se hai una voglia matta di vederla, di dormire con lei,
di baciarla, di stare tutti e quattro insieme). Certo hai paura
che sia un fuoco di paglia. Perché eri finita dentro ad un pozzo. E ci
hai messo mesi per risalire. Per riemergere, anche grazie agli altri,
agli amici, vecchi e nuovi. Hai una consapevolezza: da oggi nel pozzo,
se mai ci andrai accanto, potrai al massimo sederti sul bordo con le
gambe a penzoloni. Ma sai che non ci puoi cadere più. Il resto non lo
sai. Questa è la vita e a quanto
pare va vissuta.

Dedicato

Una mattina ti svegli dopo un’altra notte insonne, di incubi e di lacrime, e decidi di fare un passo. Importante. Per me e pure per lei. Almeno così mi racconto nella mia testa. Così ad un tratto Chiara e il suo fake vengono inghiottiti dalla rete.
Adesso è lei (Federica) che ha tra le mani un’altra me. Ha cambiato la password. Mi allontano dalle tentazioni ossessive di controllare costantemente l’altra. Di vedere se esistono foto. Se ci sono tracce. Perché ogni volta che le ho trovate sono stata male. Un pugno allo stomaco. Un lancio nel vuoto. Una vertigine. Si avvicina l’estate. E con lei le ferie. E la paura di scoprire altro prende il sopravvento. Mi difendo così. Ciao fake. Chissà se, quando e dove ci rivedremo. Ma io dell’altra e della sua vita con lei non voglio sapere più nulla. Spero che sprofondi nell’asfalto rovente dell’estate milanese. Che venga risucchiata come dalle sabbie mobili. Sì, lo spero. Chiudo gli occhi e spero che l’altra scompaia. O che rimanga in vita con sofferenze più atroci di quelle mie. Sì, lo so non è colpa dell’altra. La colpa è di Lei, della sua vita. Ma non basta, non serve.

Purtroppo.

Ore al telefono. A parlare, a scoprirsi, a lasciar scivolare la coperta di Linus che tutti abbiamo. Perché alla fine è la coperta che ci protegge. Ma a volte fa caldo. E senti che devi prendere aria. E lo fai in tanti modi. Stando al telefono con amici di sempre e amici nuovi. E ti senti ripetere sempre le stesse cose, nel bene e nel male. Magari alla fine ci credo pure io. Così confessi che, in realtà, a quella cena di tanti anni fa eri attratta da lei. Ma erano i tempi degli uomini. Delle domande. Che hanno trovato una risposta concreta solo due anni fa. Mi fermo e penso. Ho scolpito addosso ogni secondo di noi. Del prima, del dopo e del mentre. E scendono le lacrime, ritorna il nodo alla gola e accendo una sigaretta. Una delle tante di questa giornata afosa, stancante. E così lei, cadendo dalle nuvole, si mostra stupita. Si scherza. Si gioca. (E non mi dispiace). Ma si parla tanto. Ci si scopre. Entri nella testa delle persone, per poco. Nelle loro scelte passate. Nella loro vita. Ti affacci e ascolti la storia.

A volte in religioso silenzio. Altre volte chiedi. Altre volte pensi. È così da qualche giorno.

E mi piace. È una novità. È aria fresca. È un punto. Non so se fermo. Perché poi a volte dentro le cose ci sto stretta. Mi sento soffocare. E mi viene l’ansia. E mi chiedo “ma perché con lei non mi sentivo soffocare?”. Però almeno avevo l’ansia. Spesso. E facevo bene.

Così la Croazia diventa viaggio. Oggi con Ricky abbiamo messo ordine nei nostri giorni. Alla fine tre isole. Forse sarà stancante ma ho paura di stare ferma in un luogo per troppo tempo. Forse anche questa è fuga. O scoperta.
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. José Saramago

La fabbrica del vapore

L’ultima volta era marzo. E non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Oggi è in fondo un’altra vita. Bologna si presenta così : luna piena, caldo umido e gli studenti che cantano Dalla. Ascolto le note stonate di disperato erotico stomp. Ma non potevano scegliere un’altra canzone? Da lontano si sente qualcuno che urla vaffanculo. E penso che vorrei farlo anche io. Dopo la foto di Dimartino. Alla fabbrica del vapore. Come vorrei che fosse così la sua storia, di vapore che si sparge nell’aria. Si perde e se ne va. Ha i capelli corti. Più corti del solito. Sembra finta e lo sguardo non mi inganna. Non è felice, è ingessata. Chi avrà scattato la foto? L’altra dal profilo orrendo? Oppure no. E chi avrà scattato la foto dell’altra? Lei? Ossessione. Domande su domande. E ora sì che vorrei scriverle. E forse insultarla e mentre lo penso sento gli occhi gonfiarsi. Perché in realtà vorrei dirle: non ci credo, non ci credo che stai bene e che sei riuscita a farmi così male. Non puoi essere tu. Non ci credo che non mi ami più. Scendono sul viso e scivolano le lacrime. Così vicine ma così lontane. E mi manca. Oggi di più. Sono ormai le tre. Le tre di un’altra notte che si prospetta peggio di tante altre. Ancora di più. Ma è possibile? Mi guardo allo specchio, quasi nuda (fa caldo). Indosso degli slip dal colore improbabile. E non riconosco il mio corpo, ormai scheletrico. Accarezzo le costole ad una ad una. Poi le conto. Sono tutte, pare. Affondo la mano tra una costola e l’altra. E mi guardo perplessa. Riesco in terrazza e accendo un’altra sigaretta. Poi un’altra ancora. E potrei continuare fino all’infinito. Per passare il tempo. Per impegnare le mani. Scrivo e fumo e penso. E di nuovo penso, scrivo e fumo.
Ma non si può staccare il cervello? Cambiare? Portare via la memoria, almeno?
Ricky prova e ci riesce. Mi distrae. La distraggo. Stiamo a lungo al telefono. Parliamo della Croazia, dei dieci giorni, o poco meno, di vacanza che abbiamo organizzato senza pensarci troppo. Senza farci troppe domande. Stanche entrambi di un inverno che sembra non finire mai. Ma da qualche parte bisognerà pure ricominciare. Me lo ripeto. Un po’ di ansia. Ma non vedo l’ora partire, di vedere altro, di conoscere posti nuovi, di mettermi in gioco, di ricominciare a vivere. Di lasciarmi tutto alle spalle. Di lasciarla là, nella sua assoluta incapacità di capire, di pensare, nella sua leggerezza. Giro lo sguardo a destra e trovo appesa al muro la foto di nonna, in bianco e nero coi capelli appena appuntati. Ora provo a dormire.

E di nuovo cambio casa

Una lunga telefonata con superattico a parlare delle omonime, a immaginare un ritorno non immediato ed ecco come fottersi una notte. Di sogni che sembrano veri e belli. Così questa notte lei tornava a casa ma in quella di Palermo. Prendeva le sue cose in una Milano deserta e con fermezza e il suo sguardo versione sincera mi diceva “ti aspetto a casa”. Ma era quella di Roma. E io suggerivo di cercarne un’altra insieme come se questa fosse ormai contaminata da brutti ricordi. Un sogno in cui ero felice, tanto felice da non volermi svegliare in piena notte per andare a fare la pipì. Poi apro gli occhi e non capisco dove sono. La luce fioca dell’alba o forse dei lampioni mi aiuta dopo qualche secondo a capire che sono nel mio letto, da sola. Piazzata al centro come una regina tra due cuscini. Finalmente dopo essermi guardata in giro trovo la porta della stanza, intravedo le teste di moro, lo scrittoio liberty, la sedia arancione con le ruote, i Dvd nella libreria. Capisco che è un sogno, che purtroppo è solo un sogno. O un segno? Mi alzo. E vado in bagno. Torno a letto. Chiudo gli occhi e cerco ancora le sue parole, i suoi occhi, la sua mano. Mi riaddormento serena, incosciente. Quando suona la sveglia mi sento avvolta da una leggera malinconia. E mi ritrovo nella vita reale. E lei non c’è.

 

 

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…

Una persona per bene

È fatta. Ci riesco. Dopo settimane di tentennamento mi stacco dal bunker e prendo un volo. Direzione terra!!! Alla Cristoforo Colombo. No, niente America. Ma nella mia terra. Siamo cinque. Due lui e due lei. Conosco poco, ma quel poco che mi basta per sentirmi a casa, i ragazzi. Un’estate fa tra un vicolo e una birra rovesciata. Quando stavo scoprendo il nuovo mondo. E mi appartengono. Non nel senso di possesso ma di famiglia. E non parlo della famiglia dei froci. Ma parlo di persone che mi hanno conosciuta per come sono. Dopo ore di ritardo, arriviamo. Al terminal mi accoglie un amico di Catania. Ascoltato tanto dai pentiti: “no, signor giudice io ascolto solo radio maria e radio radicale”. Tutto questo detto in un dialetto siciliano da far invidia a Montalbano. Ascolto i suoi racconti dell’ultimo processo, mentre mangiamo cozze seduti a un tavolo di plastica rivestito da una tovaglia di carta. Grande parlatore. E ad un tratto Catania mi sembra bellissima. L’odore del mare. I gozzi così fermi da sembrare sulla terra. Le luci fioche. La musica commerciale di un locale accanto. Musica che in altri momenti avrei odiato, ma ora interrompe i pensieri. In aereo conosco Michele, giornalista (fa ufficio stampa ma non ho capito per chi). Mi colpisce subito. Sembra uno di quei personaggi uscito da un film degli anni 50, baffetto e occhiali. Testa riccia e castana. Ha la mia età. E penso: è una persona per bene. Chiacchieriamo e il tempo passa. Io provo maldestramente a farmi delle foto, con l’ipad. In testa ho una sciarpa vietnamita. E sembro una fondamentalista islamica. Penso a Michele e spero che trovi una persona che lo ami (magari ce l’ha già una donna o uomo) perché mi sembra troppo per bene.

Ricerche

Vado su YouTube e cerco l’ultima pubblicità di Gillete Venus. Niente, non ci sta. Forse è ancora troppo presto. È in TV da pochi giorni. Due donne si sentono al telefono. Una invita l’altra. L’altra tentenna ma dall’altro lato del telefono arriva il suggerimento: “usa Gillete Venus”. Inizia così per qualche secondo la “ripulitura” della gambe. La bruna munita di rasoio inizia a depilarsi, seguendo un movimento dal basso verso l’alto. Una voce fuori campo dice: “così non potrai mai dire no alle tue amiche”. Poteva finire così e invece la donna depilata fa ingresso ad un party, una festa in piscina. Passa in primo piano un uomo a petto nudo. E io chissà perché mi ero immaginata una pubblicità progressista, al passo con l’Irlanda. Niente da fare. Lei si fa bella per lui. Almeno così sembra.

Ora vado. Verso i giardini. Stamattina ho lavato la bestiolina e lei ha lavato me. Ora è uscita. Di notte ho sognato Menelao, sempre Troia c’è di mezzo. E poi dei cani. Uno dei quali mi mordeva. Ma senza farmi male si attaccava al mio braccio e non lo lasciava. Quando ricomincerò a dormire, a non pensare, a non averla nella testa, nei sogni (perché da qualche parte c’era) sarà un traguardo.

Di ritorno

A casa. Scrivo e fumo. E nel frattempo ricordo che ieri sera ad un certo punto ho rotto uno degli altri braccialetti colorati. Il filo era logorato, quanto me e con un raptus l’ho strappato. Non so quale dei due fosse. Non so quale desidero avessi espresso quando l’ho annodato. Ma tanto che importanza ha? Pure lui via dal mio corpo. Stanotte ho dormito con un’amica. Perché ogni tanto mi prende male. Rientrare a casa e vedere quegli scatoloni, uno sull’altro mi fa male. Non so se ho di fronte la torre di Babele di Paolo Fabbri : “Io considero la Torre di Babele un luogo dove si può vivere benissimo, perché si è continuamente costretti a tradurre la lingua e la cultura degli altri che la abitano per comprendere cosa vogliono dire, e anche per fare intendere loro con chiarezza il nostro punto di vista. Non sempre il confronto è pacifico, all’interno della mia Torre di Babele ideale quasi sempre si litiga, ci si scontra in maniera aspra. Ma il conflitto, a patto che resti nell’ambito delle idee, è sempre salutare. Perché nel conflitto si è obbligati a conoscersi bene, mentre la pace sembra fatta apposta per potersi ignorare”. Oppure una semplice e forse banale torre di Pisa. Un po’ piegata su se stessa. Ma mi piace accostarmi alla semiotica piuttosto che all’arte. Mi piace l’idea della incomunicabilità dei segni e dei significati. E la casa per ora è piena di tutto questo. Penso che ti avrò sognata anche questa notte tormentata. Oggi ho cucinato dopo tanto tempo della pasta col pesce. E ti ho pensato ad ogni pomodorino tagliato, mentre sgusciavo gamberi. Mentre Mina mi guardava triste. Non si stacca da me. Credo abbia paura che l’abbandoni. Come tu hai fatto con noi. Mi segue come un’ombra. Come io mi sento inseguita dal tuo fantasma. Ora esco di nuovo. E penso (Con qualche conferma) che ne avrai altre di donne e che non sei solo sua. E questo fa meno male. Chissà perché.