Archivi categoria: odio l’estate

Primo soccorso

Ha il suo fascino. Cinquant’anni, se non di più. Un filo leggero di perle intorno al collo e due grosse perle appese alle orecchie come addobbi. La camicia sagomata che sembra, per effetto del proiettore, color perla. Di seta. Come i capelli,di un colore indefinito tra il biondo e il bianco. Sarebbe curioso se avesse 15 anni meno. Curioso? No, forse la parola giusta è interessante. Anche se io so stare solo al mio posto e credo che di questo un giorno mi pentirò. Sarà in quel momento che capirò quante cose mi sono perse. E quante cose non recupererò mai. Ho fatto rinuncia oggi. Per amore. Ancora una volta, per amore. L’ho fatta. Punto. Basta questo.  Tutto il resto verrà da se.  Oggi la mia vita sarebbe potuta cambiare o anche il contrario. Intanto è tutto rimandato. A tempi migliori. Passa il tempo e sembra non passare. Speravo di trovare più comprensione, più empatia. Mi si chiede ma non mi si dà. Funziona così. C’è un anello debole e uno forte.  E a questo giro sono, anche a questo giro, l’anello debole. E non posso essere altro che questo. Ci ho lavorato, anzi non ci ho lavorato e questo sono. Mi è tutto chiaro. Lo scelgo, lo analizzo, lo sviscero, lo frullo, lo metto in freezer per giorni come se fosse un tocco di carne macellato. Poi però non sai finché non lo mangi che sapore e che consistenza ha. Se ci sono nervature, se i pezzi andavano frullati ancora di più. Lo scopri poi. Ancora non sono arrivata alla fine della catena “dal produttore al consumatore”. E vorrei farlo per capire cosa ho frullato. E rimandare mette ansia, una attesa non necessaria. E ritorna tutto a galla come la merda. La donna merda.

Per lei l’estate è già arrivata

Da un mese, suppergiù, sta sempre là, tra una macchina e l’altra. Ferma. Gli auricolari ben ficcati nelle orecchie, il viso color della terra, quella bruciata. La osservo da giorni, quasi ogni giorno. Fa la guardia ad una sede distaccata della banca d’italia. Lei preferisce il giorno, le ore più calde. Quando il sole è più tiepido. Si allontana dall’ombra per catturare un raggio di sole. Nel frattempo per lei, a vedere il colore della pelle, l’estate è già arrivata.

Dedicato

Una mattina ti svegli dopo un’altra notte insonne, di incubi e di lacrime, e decidi di fare un passo. Importante. Per me e pure per lei. Almeno così mi racconto nella mia testa. Così ad un tratto Chiara e il suo fake vengono inghiottiti dalla rete.
Adesso è lei (Federica) che ha tra le mani un’altra me. Ha cambiato la password. Mi allontano dalle tentazioni ossessive di controllare costantemente l’altra. Di vedere se esistono foto. Se ci sono tracce. Perché ogni volta che le ho trovate sono stata male. Un pugno allo stomaco. Un lancio nel vuoto. Una vertigine. Si avvicina l’estate. E con lei le ferie. E la paura di scoprire altro prende il sopravvento. Mi difendo così. Ciao fake. Chissà se, quando e dove ci rivedremo. Ma io dell’altra e della sua vita con lei non voglio sapere più nulla. Spero che sprofondi nell’asfalto rovente dell’estate milanese. Che venga risucchiata come dalle sabbie mobili. Sì, lo spero. Chiudo gli occhi e spero che l’altra scompaia. O che rimanga in vita con sofferenze più atroci di quelle mie. Sì, lo so non è colpa dell’altra. La colpa è di Lei, della sua vita. Ma non basta, non serve.

Purtroppo.

Ore al telefono. A parlare, a scoprirsi, a lasciar scivolare la coperta di Linus che tutti abbiamo. Perché alla fine è la coperta che ci protegge. Ma a volte fa caldo. E senti che devi prendere aria. E lo fai in tanti modi. Stando al telefono con amici di sempre e amici nuovi. E ti senti ripetere sempre le stesse cose, nel bene e nel male. Magari alla fine ci credo pure io. Così confessi che, in realtà, a quella cena di tanti anni fa eri attratta da lei. Ma erano i tempi degli uomini. Delle domande. Che hanno trovato una risposta concreta solo due anni fa. Mi fermo e penso. Ho scolpito addosso ogni secondo di noi. Del prima, del dopo e del mentre. E scendono le lacrime, ritorna il nodo alla gola e accendo una sigaretta. Una delle tante di questa giornata afosa, stancante. E così lei, cadendo dalle nuvole, si mostra stupita. Si scherza. Si gioca. (E non mi dispiace). Ma si parla tanto. Ci si scopre. Entri nella testa delle persone, per poco. Nelle loro scelte passate. Nella loro vita. Ti affacci e ascolti la storia.

A volte in religioso silenzio. Altre volte chiedi. Altre volte pensi. È così da qualche giorno.

E mi piace. È una novità. È aria fresca. È un punto. Non so se fermo. Perché poi a volte dentro le cose ci sto stretta. Mi sento soffocare. E mi viene l’ansia. E mi chiedo “ma perché con lei non mi sentivo soffocare?”. Però almeno avevo l’ansia. Spesso. E facevo bene.

Così la Croazia diventa viaggio. Oggi con Ricky abbiamo messo ordine nei nostri giorni. Alla fine tre isole. Forse sarà stancante ma ho paura di stare ferma in un luogo per troppo tempo. Forse anche questa è fuga. O scoperta.
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. José Saramago

La fabbrica del vapore

L’ultima volta era marzo. E non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Oggi è in fondo un’altra vita. Bologna si presenta così : luna piena, caldo umido e gli studenti che cantano Dalla. Ascolto le note stonate di disperato erotico stomp. Ma non potevano scegliere un’altra canzone? Da lontano si sente qualcuno che urla vaffanculo. E penso che vorrei farlo anche io. Dopo la foto di Dimartino. Alla fabbrica del vapore. Come vorrei che fosse così la sua storia, di vapore che si sparge nell’aria. Si perde e se ne va. Ha i capelli corti. Più corti del solito. Sembra finta e lo sguardo non mi inganna. Non è felice, è ingessata. Chi avrà scattato la foto? L’altra dal profilo orrendo? Oppure no. E chi avrà scattato la foto dell’altra? Lei? Ossessione. Domande su domande. E ora sì che vorrei scriverle. E forse insultarla e mentre lo penso sento gli occhi gonfiarsi. Perché in realtà vorrei dirle: non ci credo, non ci credo che stai bene e che sei riuscita a farmi così male. Non puoi essere tu. Non ci credo che non mi ami più. Scendono sul viso e scivolano le lacrime. Così vicine ma così lontane. E mi manca. Oggi di più. Sono ormai le tre. Le tre di un’altra notte che si prospetta peggio di tante altre. Ancora di più. Ma è possibile? Mi guardo allo specchio, quasi nuda (fa caldo). Indosso degli slip dal colore improbabile. E non riconosco il mio corpo, ormai scheletrico. Accarezzo le costole ad una ad una. Poi le conto. Sono tutte, pare. Affondo la mano tra una costola e l’altra. E mi guardo perplessa. Riesco in terrazza e accendo un’altra sigaretta. Poi un’altra ancora. E potrei continuare fino all’infinito. Per passare il tempo. Per impegnare le mani. Scrivo e fumo e penso. E di nuovo penso, scrivo e fumo.
Ma non si può staccare il cervello? Cambiare? Portare via la memoria, almeno?
Ricky prova e ci riesce. Mi distrae. La distraggo. Stiamo a lungo al telefono. Parliamo della Croazia, dei dieci giorni, o poco meno, di vacanza che abbiamo organizzato senza pensarci troppo. Senza farci troppe domande. Stanche entrambi di un inverno che sembra non finire mai. Ma da qualche parte bisognerà pure ricominciare. Me lo ripeto. Un po’ di ansia. Ma non vedo l’ora partire, di vedere altro, di conoscere posti nuovi, di mettermi in gioco, di ricominciare a vivere. Di lasciarmi tutto alle spalle. Di lasciarla là, nella sua assoluta incapacità di capire, di pensare, nella sua leggerezza. Giro lo sguardo a destra e trovo appesa al muro la foto di nonna, in bianco e nero coi capelli appena appuntati. Ora provo a dormire.

Fottute coincidenze

Non riesco a trattenermi. Controllo il suo profilo Youtube e trovo “quando sarai lontana” di Jovanotti. La canticchio sotto voce. Prima sorrido poi il mio volto si contrae. Lei l’ha caricata 18 ore fa e nello stesso momento io ero in macchina di ritorno verso Roma che l’ascoltavo e la cantavo. Se queste non sono maledette coincidenze. Oggi mi manca da morire. E scrivo per non scriverle. Perché un giorno dovrà sapere tutto questo. Inizio a leggere il testo e a cercare significati nascosti. Ma questa volta non ci sono dubbi: è tutto in quella canzone, in quelle note. Ma tanto lo sappiamo e “quando un giorno sarai lontana e vedrai il cielo quando si colora
pensami almeno per un momento pensami almeno per mezz’ora”. Io però ti penso sempre, ogni istante.

Poco più di 24 ore

lascio Roma per qualche ora e mi sembra di respirare.  Attraversiamo in macchina il Lazio e parte dell’Umbria. Io, il traduttore, mare nostrum e camera. Ci accompagnano le note e le parole  dei Beatles, attraversiamo distese di verde e di grano, incontriamo qualche bica. Vediamo il sole tramontare e paesi dal nome strano: uno per tutti, Bastardo. Faccio coming out ma tutti rimangono impassibili. Forse perché lo sanno già. C’è chi la conosce e chi, immagino, lo sappia per altre vie. E penso “nemmeno il piacere di dire quello che sono”. Si perché per ora, cioè d.c.,  sento come la necessità di urlare al mondo ciò che sono e che mi manca.

Si parla, si ride, ci si racconta. Ci si scopre. Ci si lascia andare. C’è chi scopre di essere fidanzata a sua insaputa e chi vive una ex storia come la mia, seppure più breve. ” Perché non importa quanto si sta insieme ma l’intensità del rapporto”. E su questo siamo tutti d’accordo.

Poi il pellegrinaggio ad Assisi. Sembriamo un gruppo di giapponesi che ad ogni angolo scatta foto, in maniera compulsiva. Come se volessimo immortalare ogni istante di questa fuga, di queste 24 ore.

Le stanze. La prima era lilla, la seconda celeste. Io e traduttore ci spostiamo dalla prima alla seconda stanza, che ha un letto matrimoniale e uno singolo. Io non ho alcuna difficoltà a dormire con lui, anche perché sonno innocua. Ma non faccio testo, capisco che per lui potrebbe essere un problema dormire insieme. E il mio dubbio non è sbagliato. Tant’è che mi dice: “sinceramente non ho mai dormito con una donna nello stesso letto senza averla prima baciata”. Rido, di cuore. E dico: “non c’è questo rischio, cambiamo stanza”.

la sveglia suona alle otto. Mi alzo, faccio pipì e mi catapulto senza lavarmi fuori a fare colazione. Nel frattempo mi raggiungono gli altri. Alle nove e trenta lasciamo Palazzo per Bastìa Umbra. Dove ci aspetta il concorso della RAI. Prima però ci fermiamo in un campo di girasoli a farci qualche foto. Sorridenti come se il nostro unico obiettivo fosse quella foto. Il traduttore me ne scatta una, coi capelli al vento. Gli occhiali bianchi, il pantalone carta da zucchero e la camicia già sudata. È presto ma ci saranno già almeno trenta gradi. Alla fiera capisco subito che qualcosa non va. “Ma come è che sono nel padiglione di quelli che hanno il cognome con la p la R e la esse?”. Aspetto in silenzio che scorra la fila e dopo poco scopro il mistero. Mi ero registrata col nome e non come il cognome. Un ottimo inizio, dico tra me e me. In quattro palermitani riusciamo ad occupare dei posti vicini. Ma durante la prova a stento riusciamo a scambiarci qualche parola. Sul test tralascio ogni considerazione. Ma sarebbe stato meglio se nei giorni che ho dedicato allo studio andavo al mare con la settimana enigmistica. Chissà quante risposte giuste ho dato. Lo scopriremo tra poche ore. Passa il tempo, il tabellone con l’orologio scorre all’indietro. E non so se mi trovo a “chi vuole essere milionario” o in qualche programma di Carlo Conti. Mentre rispondo torna lui, il tremore. Colpa dei farmaci. Ogni tanto così senza un perché inizio a tremare come se avessi il Parkinson. E la penna inizia ad oscillare nella mia mano. Rido, non posso far altro. Mi fermo, bevo un sorso d’acqua e riparto. Tempo scaduto. Mani in alto e tutti fuori. Questa volta verso Deruta, dove ci fermiamo a pranzo. L ‘ultima volta c’ero stata con tutta la famiglia nel 1992. Ovviamente non ricordo nulla.

Rientrata a Roma dalla Nomentana inizia la via Crucis. Ogni posto mi riporta a lei e a poco a poco l’aria comincia a mancarmi. La clinica dove ho fatto l’intervento agli occhi. L’insegna di Ikea. La via del ristorante di sushi brasiliano. La stazione. Via Cavour. Le scale della metro dove ho conosciuto il gatto. La villa dove andavamo e così via fino a quando non arrivo a casa. E si ricomincia con la routine. Con le assenze.

Poi di sera arriva un messaggio di una mia amica, Federica: “una mia amica ha letto qualche post del tuo blog, si riconosce in tante cose che scrivi. Può aggiungerti su Facebook?”. “Certo”, rispondo.

Arriva lei, Ricky. E cerco di scrivere più in fretta che posso perché le ho promesso che stasera troverà un nuovo post. E non mi piace deludere le persone. Ma ora ritorno a vedere la nuova puntata di Tyrant, dopo essermi drogata con un’altra serie Hawthorne.

Ma c’è anche la storia dell’elefante che domani racconterò.

 

 

 

 

 

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…