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Atterrare a Palermo

E pensare di essere altrove. Sarà che è ormai buio anche se è pomeriggio. Sarà che è novembre, anche se non se sembra. Sarà che è autunno e vorrei che fosse primavera. Per avere l’estate davanti. Sarà che l’aria è tiepida a Palermo come a Roma. Sarà che mi manca viaggiare, spaziare. E che è ho voglia di Grecia. Sarà che va bene così. Ci sarà un tempo in cui avrò il tempo. Disporrò del nostro tempo e saremo finalmente due amanti, come sabato al Biondo o poi davanti a una birra e un bicchiere di vino. Siamo invece catapultate altrove. In una dimensione che è difficile da gestire, da vivere. 

la verità è

che io non so davvero come sarebbe vivere a Palermo. Ieri ci sono state le prove generali e per quanto io ami quella città forse avremmo bisogno tutti di altro. Ma non si può fare tutta la vita su e giù. Arriva un momento, uno qualunque, in cui bisogna scegliere o rischiare. per molto tempo non ho scelto, non ho rischiato. Ho fatto scegliere agli eventi. Alle cose. Forse le scelte le ho solamente subite, almeno in ambito professionale. E continuo ad essere combattuta. Vorrei poter portarmi dietro quello a cui tengo. Vorrei ricominciare altrove. La verità è che ciò che mi ha stancata è innanzitutto Roma. Però ieri Ballarò era bella. Ma siamo all’anno zero. Ciò che a molti meraviglia a me non stupisce: Forse di queste cose ne ho viste tante. Perché in fondo il mondo lo conosco o forse non mi stupisce più nulla. Qualcosa mi diverte. Se Palermo offre questo io provo a viverla. Vivere nella realtà, non scollata come è stato fino ad oggi. Ma forse è un concetto troppo complicato da poter seguire, condividere. Forse sì. Forse per seguirlo dovrei abbandonare alcune cose, desideri, progetti.

cosa pensano le ragazze

Il tempo passa lasciando scorrere il mouse. Ore su ore. Link su link. Idee, pensieri, progetti. Le scarpe, la bici, il prossimo week end. Leroy Merlin. Il passato, il presente, il futuro. Salti. Andata e ritorno. Spesso senza interruzione. Tutto così. Insieme. Favigna. Roma. Palermo. E cosi via. Le paure. La rigidità. Le prove. I tentativi. Qualcosa che non c’è. E cerchi a tutti i costi di averla.

Tra ottobre e novembre

Quando sei nata ultimanottefelicedelmondo pensavo saresti rimasta per sempre uno spazio dedicato a lei. Poi le cose cambiano, a volte inaspettatamente e fortunatamente.

La notte continui a non lasciarmi in pace, da qualche parte questa rabbia dovrà pur finire. E finisce nei sogni e nei muscoli del collo sempre più contratti e tesi. Sopportano da mesi, (ma che dico!) da anni, il peso di tante delusioni, frustrazioni, mortificazioni. Sono arrivata a Roma piena di speranze, di buoni propositi, di progetti che poi si sono infranti come un bicchiere di cristallo sul pavimento. Se dovessi fare un bilancio romano sarebbe negativo. Se dovessi pensare a qualcosa di bello di questi dieci anni per prima cosa mi verrebbe in mente Mina, poi la casa. E poi farei fatica. Perché tutto il resto anche se è stato bello non lo è stato per sempre.

Nella vita arriva un momento in cui si fanno bilanci e crescendo si accettano i fallimenti e le sconfitte. Si impara a convivere con tutto questo. E da questo si riparte. Non farlo sarebbe sciocco. Però se osi, se rischi, se ti metti in gioco di nuovo sei pazza, incosciente, fuori dal mondo.

partenze

Un’altra separazione. Un altro viaggio. Un altro ritorno a Roma. Un altro volo Ryanair che assomiglia sempre più ad un suq. Chiudere gli occhi è impossibile. Riposare la mente anche. Una proposta dietro l’altra: il gratta e vinci, il profumo, il caffè lavazza, il dolce e il salato. Se pensassi di essere un po’ fortunata acquisterei un gratta e vinci. E se pure la vita fosse un gratta e vinci ? Allora ci proverei. Prenderei tra le mani il biglietto patinato e colorato e con una moneta scoprirei i numeri.

Da qualche settimana la mia postazione di lavoro si è trasformata in un terminale dell’adecco. Trascorro le ore a mandare curriculum. Prima solo su Palermo. Ora anche su Roma e in Spagna. Le cose cambiano. E ciò che prima ti sembrava impossibile ora ti sembra quasi normale. Necessario.

Roma non fa per me. Non è il lavoro, almeno non è solo quello.
È la vita che ti cambia. È la vita che cambia. Roma appartiene a un passato che non mi ha reso felice se non per brevi istanti.

Sono ospite. Mi sento a mio agio solo a casa o in ufficio. E non sempre. E infatti sono quelli i posti che frequento di più. Mio malgrado. Guardo casa e vorrei renderla più mia. Poi però mi chiedo se davvero ne valga la pena visto che dovrò lasciarla. Perché lo voglio.

E di nuovo cambio casa

Una lunga telefonata con superattico a parlare delle omonime, a immaginare un ritorno non immediato ed ecco come fottersi una notte. Di sogni che sembrano veri e belli. Così questa notte lei tornava a casa ma in quella di Palermo. Prendeva le sue cose in una Milano deserta e con fermezza e il suo sguardo versione sincera mi diceva “ti aspetto a casa”. Ma era quella di Roma. E io suggerivo di cercarne un’altra insieme come se questa fosse ormai contaminata da brutti ricordi. Un sogno in cui ero felice, tanto felice da non volermi svegliare in piena notte per andare a fare la pipì. Poi apro gli occhi e non capisco dove sono. La luce fioca dell’alba o forse dei lampioni mi aiuta dopo qualche secondo a capire che sono nel mio letto, da sola. Piazzata al centro come una regina tra due cuscini. Finalmente dopo essermi guardata in giro trovo la porta della stanza, intravedo le teste di moro, lo scrittoio liberty, la sedia arancione con le ruote, i Dvd nella libreria. Capisco che è un sogno, che purtroppo è solo un sogno. O un segno? Mi alzo. E vado in bagno. Torno a letto. Chiudo gli occhi e cerco ancora le sue parole, i suoi occhi, la sua mano. Mi riaddormento serena, incosciente. Quando suona la sveglia mi sento avvolta da una leggera malinconia. E mi ritrovo nella vita reale. E lei non c’è.

 

 

Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.

Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.

Fake

Confesso: ho un profilo falso su facebook. Creato in uno di quei momenti di follia che hanno accompagnato le prime settimane dalla separazione. Scrivo poco, quasi niente. E come nelle più banali storie l’ho creato per controllare l’altra. Facendomi spesso del male. Ieri dopo tempo ho postato un pezzo di “questa strada” di Baricco e…l’altra ha messo mi piace. Sa che sono io e mi chiedo perché a)non mi cancella b) mette mi piace. Ma tanto una risposta non c’è. Non la conosco e non posso esprimere giudizi se non quelli scontati di una donna ferita e tradita. Io, però, non l’avrei mai fatto anche perché le parole sono forti e sono, ovviamente, dedicate. Poi ci sono le mie sensazioni, che sono la cosa peggiore. Le tengo per me. Solo una per gli altri: sta male non l’altra ma lei.

Lo sento. E mi dispiace. O forse sta meglio di tutti. Perché lei guarda sempre avanti. Non curandosi delle macerie che si lascia dietro e attorno. Quanto vorrei che fosse la donna che ho visto, con cui ho convissuto per mesi, che mi ha amata. Invece di vedere, sentire, percepire una persona di cui mi avevano parlato tutti allo stesso modo. Mi dispiace, per me che mi sono fidata ma non sarei stata in grado di fare diversamente e per lei che starà sempre male con la sua irrequietezza. Ho la sindrome da crocerossina, forse vorrei salvare il mondo. Gli altri, ma prima credo di dover salvare me stessa. Ma è faticoso. Giorno dopo giorno sento il bisogno di staccare, di cambiare. A volte penso che il primo passo sia iniziare da casa: spostare la stanza da letto nell’altra stanza. Dipingere una parete. Spostare il divano, il tavolo, la credenza. Per dare un altro aspetto. Penso spesso, invece, di prendermi una pausa lunga. Tornare a casa. Ho ricominciato a sentire Palermo come casa. Mi sento più protetta. Almeno così mi pare. E diventa sempre più forte il desiderio di lasciare Roma, ormai una nemica del tempo e dell’amore. Per non parlare del lavoro che in nove anni mi ha incatenato. Mi ha messo con le spalle al muro. Portandosi mese dopo mese un pezzo di me, della mia vitalità. Ed è in questi casi che penso che forse un torto in questa storia ce l’ho. Io non ero felice, avevo sotto pelle una grande insoddisfazione perché ero/sono frustrata. Su di lei ho riversato amore, tempo, progetti e futuro. E ora?