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metti una sera a cena

Piove. Prima di arrivare a destinazione spunta l’arcobaleno. Sono in macchina con superattico. Scatta foto d’ordinanza che subito viene condivisa nel mondo virtuale. Funziona così, ormai. Lei, la piccola francese, sta al numero 3 di una via vicino Villa Torlonia. Secondo piano, credo. Mi guardo intorno: un pianoforte con due spartiti, metri di libri che riempono gli scaffali, due divani, una poltrona, una piastra per vinili, un candelabro con cinque o forse sette braccia. Sette come noi a tavola. Cinque donne e due uomini. Più che altro sembra una riunione LGBT. Ognuno a vomitare la sua storia, la propria tragedia. Anzi sembra più un incontro di terapia di gruppo. Poi il colpo di scena: Pop ha un blog e qualche giorno fa lei le ha scritto per complimentarsi. Sarà il primo complimento di una lunga serie. E io rido. Scatta strategia. E vedremo come va a finire. So solo che non cambierà mai. Ecco, anche queste sono certezze. Il vino scorre nelle vene e nella testa. I calici si svuotano velocemente. Le bottiglie anche, una dopo l’altra. Perdiamo il conto. Superattico e la francesina si alternano alla chitarra. Canzoni italiane e non. Cantiamo, quasi urliamo, come se volessimo liberarci di qualcosa. Battisti, la Vanoni, Carmen Consoli, Rino Gaetano fino ad arrivare a Baglioni. Ci salva la musica. Scopriamo amici in comune. Amici di ex. Amici di amici. E così via per tutta la serata, a fare curtigghio. Anche questa è la nuova vita. Se solo…non lo scrivo. E’ una boccata di ossigeno. In macchina al rientro chiedo a superattico: ma si vede che sono lesbica? Si perché ogni tanto mi chiedo se si capisce, se sono respingente, se non sono pronta. Se le altre donne mi guardano come faccio io. Se ci sarà qualcuna dopo di lei. Je suis prêt