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Desolation row 

Il titolo dovrebbe essere un altro:  Desolation city. È una canzone di Bob Dylan (quella nel titolo). E questa volta siamo stati invitati tutti al karaoke. Così succede che un pomeriggio che è triste perché sei tornata da un viaggio (della speranza) ti trovi col tuo amico Cilento su un autobus con dogismylove verso Trastevere. Un luogo che per 5 anni è stato una piccolo porto, di passaggio, per tanti viaggiatori. E ti ritrovi in una delle piazze che dovrebbe essere tra le più  belle di desolation city con la Fontana (il corettore la scrive con la f maiuscola perché almeno lui ne ha rispetto ) le cui scale sono in parte recintate da una fitta rete arancione. Alzi gli occhi e quella chiesa che per anni (per via del suo mosaico) ti ha riportato alla mente Monreale è avvolta in un cellophane. La bellezza la puoi solo ricordare o puoi lavorare di fantasia. Così trastevere diventa il simbolo di desolation city; lo dice anche l’edicolante che a domanda risponde : “la città è depressa, non c’è sta niente. Un evento culturale. Una iniziativa”. E così quel signore che da anni sta la diventa depositario di una triste e dolorosa verità. La verità che pensavo fosse una mia percezione, un mio distacco, è un dato. Di fatto. Roma è ormai altrove. Distante. Lontana. 

la verità è

che io non so davvero come sarebbe vivere a Palermo. Ieri ci sono state le prove generali e per quanto io ami quella città forse avremmo bisogno tutti di altro. Ma non si può fare tutta la vita su e giù. Arriva un momento, uno qualunque, in cui bisogna scegliere o rischiare. per molto tempo non ho scelto, non ho rischiato. Ho fatto scegliere agli eventi. Alle cose. Forse le scelte le ho solamente subite, almeno in ambito professionale. E continuo ad essere combattuta. Vorrei poter portarmi dietro quello a cui tengo. Vorrei ricominciare altrove. La verità è che ciò che mi ha stancata è innanzitutto Roma. Però ieri Ballarò era bella. Ma siamo all’anno zero. Ciò che a molti meraviglia a me non stupisce: Forse di queste cose ne ho viste tante. Perché in fondo il mondo lo conosco o forse non mi stupisce più nulla. Qualcosa mi diverte. Se Palermo offre questo io provo a viverla. Vivere nella realtà, non scollata come è stato fino ad oggi. Ma forse è un concetto troppo complicato da poter seguire, condividere. Forse sì. Forse per seguirlo dovrei abbandonare alcune cose, desideri, progetti.

l’ultima notte felice del mondo

L’ultima notte felice del mondo può arrivare così mentre meno te l’aspetti, mentre in forno a 180 gradi una torta salata con salmone, zucchine e stracchino gonfia. Prende forma. Almeno lei prende forma. E si colora. Abbandona quel pallore del crudo e diventa dorata. La guardi e pensi che tutto sommato hai fatto un buon lavoro, tra una telefonata e l’altra. E un bicchiere di birra molto italiotto. Nastro azzurro. Per fortuna se apri il frigo ormai non c’è più il rischio di rimanere a secco. Qualcosa da scolare e ingurgitare la trovi sempre. L’ultima notte felice del mondo scopri che se lo scrivi su google è tra i primi risultati, prima i Baustelle. Beh, del resto è una loro idea. Io l’ho rubata. Mesi fa, oramai. L’ultima notte felice del mondo capisci che se non vuoi sentire nessuno devi solo staccare il telefono. Del resto chi ha più ormai i numeri di casa?

L’ultima notte felice del mondo Rai3 decide:  “allacciate le cinture”. E non ce la posso fare.

Casa, come il lavoro, sembra l’unico posto sicuro. Uscire è troppo, ora. Di nuovo. Chissà cosa è scattato. Fuori fa paura.  Fa freddo. Non è sicuro. Non c’è nessuna calamita che ti attrae. Quella sta sul divano, quello rosso (sempre lui).

E ad un tratto hai paura di tornare indietro. Di non avere scampo. E che ormai te la porti dietro. Forse va così per la distanza, per Siviglia, per Roma. Va così. E non diversamente.

Chissà altrove come sarebbe.

Primo soccorso

Ha il suo fascino. Cinquant’anni, se non di più. Un filo leggero di perle intorno al collo e due grosse perle appese alle orecchie come addobbi. La camicia sagomata che sembra, per effetto del proiettore, color perla. Di seta. Come i capelli,di un colore indefinito tra il biondo e il bianco. Sarebbe curioso se avesse 15 anni meno. Curioso? No, forse la parola giusta è interessante. Anche se io so stare solo al mio posto e credo che di questo un giorno mi pentirò. Sarà in quel momento che capirò quante cose mi sono perse. E quante cose non recupererò mai. Ho fatto rinuncia oggi. Per amore. Ancora una volta, per amore. L’ho fatta. Punto. Basta questo.  Tutto il resto verrà da se.  Oggi la mia vita sarebbe potuta cambiare o anche il contrario. Intanto è tutto rimandato. A tempi migliori. Passa il tempo e sembra non passare. Speravo di trovare più comprensione, più empatia. Mi si chiede ma non mi si dà. Funziona così. C’è un anello debole e uno forte.  E a questo giro sono, anche a questo giro, l’anello debole. E non posso essere altro che questo. Ci ho lavorato, anzi non ci ho lavorato e questo sono. Mi è tutto chiaro. Lo scelgo, lo analizzo, lo sviscero, lo frullo, lo metto in freezer per giorni come se fosse un tocco di carne macellato. Poi però non sai finché non lo mangi che sapore e che consistenza ha. Se ci sono nervature, se i pezzi andavano frullati ancora di più. Lo scopri poi. Ancora non sono arrivata alla fine della catena “dal produttore al consumatore”. E vorrei farlo per capire cosa ho frullato. E rimandare mette ansia, una attesa non necessaria. E ritorna tutto a galla come la merda. La donna merda.

esterno giorno

l’odore acre di benzina, il lamento dei gabbiani, un rumore di sottofondo come di un motore fuoribordo. Se chiudi gli occhi è mare. Senti la brezza sulla pelle, il sole tiepido delle nove del mattino, guardi l’orizzonte e sembra quasi che l’acqua di mare con il suo sale sia diventata una chiazza di olio. Giù, in fondo a sinistra, intravedi la sagoma di Ustica che si allunga. Alle spalle delle case basse, di pescatori, sghembe, senza armonia. Dai colori disparati (e anche disperati). Una nota stonata: la villa del Sindaco, ormai decadente come lui. Ti piace farti dondolare dalle onde, onde lunghe. Ritmate. Onde che leggermente sbattono sulla chiglia della barca. Come se facessero l’amore. Dolcemente. Tu e il mare. Nessun altro. Perché è così che ora lo desideri. Poi apri gli occhi e ti ritrovi curva su una scrivania a ticchettare sulla tastiera. L’odore di benzina è quello di una motozappa o forse di una falciatrice intenta a sistemare i giardini del Quirinale. Il rumore è il loro. I gabbiani sono quelli che volano sui cieli di Roma e si bagnano nel Tevere e mangiano dai cassonetti. Il dondolio non è altro che il mal di mare che non c’è.

cosa pensano le ragazze

Il tempo passa lasciando scorrere il mouse. Ore su ore. Link su link. Idee, pensieri, progetti. Le scarpe, la bici, il prossimo week end. Leroy Merlin. Il passato, il presente, il futuro. Salti. Andata e ritorno. Spesso senza interruzione. Tutto così. Insieme. Favigna. Roma. Palermo. E cosi via. Le paure. La rigidità. Le prove. I tentativi. Qualcosa che non c’è. E cerchi a tutti i costi di averla.

terremoto

A volte ti manca l’aria. E dove stai non vuoi stare più. Pensi tutto e il contrario di tutto nell’arco di pochi mesi. Pensi che Roma non fa più per te, perché ogni volta che esci fuori dal recinto, dai posti sicuri riaffiorano come chiodi i ricordi. E li senti nella carne.

Così ti prendi del tempo, lo fai stando a casa, complice l’influenza e lì, sullo stesso divano rosso, elabori i tuoi pensieri. Sempre gli stessi da mesi. Probabilmente da anni ma che hai stanato con qualche palliativo. Così la tua casa che hai costruito con tanto amore e tanti sacrifici devi abbandonarla. Intanto con la testa, poi arriverà il giorno in cui lo farai anche con il corpo.

Roma è ostile. Distante. Purtroppo è lei, per tante cose. Per il dolore, per l’insoddisfazione, la frustrazione. In tutte le sue forme. E io se voglio del tutto rinascere devo percorrere una strada nuova, una vita nuova.

Già cammino, corro, amo, progetto ma spesso mi volto indietro. E vedo macerie.

“Dopo il terremoto, dopo che l’energia scarica sul suolo tutta la sua forza distruttiva, c’è un attimo di silenzio, i crolli immediati cessano, le lacrime e le urla sono ancora trattenute. Poi urla strazianti, grida di dolore e di richiamo. Si fa la conta”.

In Italia dopo un terremoto si costruisce altrove. Si abbandonano i centri storici e si da vita ad un nuovo paese.  A me non piace.

 

partenze

Un’altra separazione. Un altro viaggio. Un altro ritorno a Roma. Un altro volo Ryanair che assomiglia sempre più ad un suq. Chiudere gli occhi è impossibile. Riposare la mente anche. Una proposta dietro l’altra: il gratta e vinci, il profumo, il caffè lavazza, il dolce e il salato. Se pensassi di essere un po’ fortunata acquisterei un gratta e vinci. E se pure la vita fosse un gratta e vinci ? Allora ci proverei. Prenderei tra le mani il biglietto patinato e colorato e con una moneta scoprirei i numeri.

Da qualche settimana la mia postazione di lavoro si è trasformata in un terminale dell’adecco. Trascorro le ore a mandare curriculum. Prima solo su Palermo. Ora anche su Roma e in Spagna. Le cose cambiano. E ciò che prima ti sembrava impossibile ora ti sembra quasi normale. Necessario.

Roma non fa per me. Non è il lavoro, almeno non è solo quello.
È la vita che ti cambia. È la vita che cambia. Roma appartiene a un passato che non mi ha reso felice se non per brevi istanti.

Sono ospite. Mi sento a mio agio solo a casa o in ufficio. E non sempre. E infatti sono quelli i posti che frequento di più. Mio malgrado. Guardo casa e vorrei renderla più mia. Poi però mi chiedo se davvero ne valga la pena visto che dovrò lasciarla. Perché lo voglio.

rinascite

bulbi

Quando sono andata via da Roma sembrava ormai morta. I bulbi erano rinsecchiti, privi di vita. E con un gesto estremo stavo separando la terra dalla sua casa. E questi sette bulbi presi dal gioielliere di via Arenula sarebbero finiti nella discarica di Grottaferrata. Poi, forse perché difficilmente riesco a separarmi dalle cose, l’ho lasciata in terrazza sotto il sole cocente e gli acquazzoni estivi. Convinta che lei così piccola non sarebbe esistita più, nemmeno come pianta morta. E invece con grande sorpresa, domenica, rientrata a casa ho sbirciato quasi con terrore le piante per vedere quali erano sopravvissute a questi mesi estivi e primaverili. Ed eccola: un po’ fragile ma con la voglia di riprendersi, di spaccare il bulbo e venire di nuovo fuori nel nuovo mondo. Ben tornata piantina mia. E bentornata anche a me.

E di nuovo cambio casa

Una lunga telefonata con superattico a parlare delle omonime, a immaginare un ritorno non immediato ed ecco come fottersi una notte. Di sogni che sembrano veri e belli. Così questa notte lei tornava a casa ma in quella di Palermo. Prendeva le sue cose in una Milano deserta e con fermezza e il suo sguardo versione sincera mi diceva “ti aspetto a casa”. Ma era quella di Roma. E io suggerivo di cercarne un’altra insieme come se questa fosse ormai contaminata da brutti ricordi. Un sogno in cui ero felice, tanto felice da non volermi svegliare in piena notte per andare a fare la pipì. Poi apro gli occhi e non capisco dove sono. La luce fioca dell’alba o forse dei lampioni mi aiuta dopo qualche secondo a capire che sono nel mio letto, da sola. Piazzata al centro come una regina tra due cuscini. Finalmente dopo essermi guardata in giro trovo la porta della stanza, intravedo le teste di moro, lo scrittoio liberty, la sedia arancione con le ruote, i Dvd nella libreria. Capisco che è un sogno, che purtroppo è solo un sogno. O un segno? Mi alzo. E vado in bagno. Torno a letto. Chiudo gli occhi e cerco ancora le sue parole, i suoi occhi, la sua mano. Mi riaddormento serena, incosciente. Quando suona la sveglia mi sento avvolta da una leggera malinconia. E mi ritrovo nella vita reale. E lei non c’è.