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esterno giorno

l’odore acre di benzina, il lamento dei gabbiani, un rumore di sottofondo come di un motore fuoribordo. Se chiudi gli occhi è mare. Senti la brezza sulla pelle, il sole tiepido delle nove del mattino, guardi l’orizzonte e sembra quasi che l’acqua di mare con il suo sale sia diventata una chiazza di olio. Giù, in fondo a sinistra, intravedi la sagoma di Ustica che si allunga. Alle spalle delle case basse, di pescatori, sghembe, senza armonia. Dai colori disparati (e anche disperati). Una nota stonata: la villa del Sindaco, ormai decadente come lui. Ti piace farti dondolare dalle onde, onde lunghe. Ritmate. Onde che leggermente sbattono sulla chiglia della barca. Come se facessero l’amore. Dolcemente. Tu e il mare. Nessun altro. Perché è così che ora lo desideri. Poi apri gli occhi e ti ritrovi curva su una scrivania a ticchettare sulla tastiera. L’odore di benzina è quello di una motozappa o forse di una falciatrice intenta a sistemare i giardini del Quirinale. Il rumore è il loro. I gabbiani sono quelli che volano sui cieli di Roma e si bagnano nel Tevere e mangiano dai cassonetti. Il dondolio non è altro che il mal di mare che non c’è.

Poco più di 24 ore

lascio Roma per qualche ora e mi sembra di respirare.  Attraversiamo in macchina il Lazio e parte dell’Umbria. Io, il traduttore, mare nostrum e camera. Ci accompagnano le note e le parole  dei Beatles, attraversiamo distese di verde e di grano, incontriamo qualche bica. Vediamo il sole tramontare e paesi dal nome strano: uno per tutti, Bastardo. Faccio coming out ma tutti rimangono impassibili. Forse perché lo sanno già. C’è chi la conosce e chi, immagino, lo sappia per altre vie. E penso “nemmeno il piacere di dire quello che sono”. Si perché per ora, cioè d.c.,  sento come la necessità di urlare al mondo ciò che sono e che mi manca.

Si parla, si ride, ci si racconta. Ci si scopre. Ci si lascia andare. C’è chi scopre di essere fidanzata a sua insaputa e chi vive una ex storia come la mia, seppure più breve. ” Perché non importa quanto si sta insieme ma l’intensità del rapporto”. E su questo siamo tutti d’accordo.

Poi il pellegrinaggio ad Assisi. Sembriamo un gruppo di giapponesi che ad ogni angolo scatta foto, in maniera compulsiva. Come se volessimo immortalare ogni istante di questa fuga, di queste 24 ore.

Le stanze. La prima era lilla, la seconda celeste. Io e traduttore ci spostiamo dalla prima alla seconda stanza, che ha un letto matrimoniale e uno singolo. Io non ho alcuna difficoltà a dormire con lui, anche perché sonno innocua. Ma non faccio testo, capisco che per lui potrebbe essere un problema dormire insieme. E il mio dubbio non è sbagliato. Tant’è che mi dice: “sinceramente non ho mai dormito con una donna nello stesso letto senza averla prima baciata”. Rido, di cuore. E dico: “non c’è questo rischio, cambiamo stanza”.

la sveglia suona alle otto. Mi alzo, faccio pipì e mi catapulto senza lavarmi fuori a fare colazione. Nel frattempo mi raggiungono gli altri. Alle nove e trenta lasciamo Palazzo per Bastìa Umbra. Dove ci aspetta il concorso della RAI. Prima però ci fermiamo in un campo di girasoli a farci qualche foto. Sorridenti come se il nostro unico obiettivo fosse quella foto. Il traduttore me ne scatta una, coi capelli al vento. Gli occhiali bianchi, il pantalone carta da zucchero e la camicia già sudata. È presto ma ci saranno già almeno trenta gradi. Alla fiera capisco subito che qualcosa non va. “Ma come è che sono nel padiglione di quelli che hanno il cognome con la p la R e la esse?”. Aspetto in silenzio che scorra la fila e dopo poco scopro il mistero. Mi ero registrata col nome e non come il cognome. Un ottimo inizio, dico tra me e me. In quattro palermitani riusciamo ad occupare dei posti vicini. Ma durante la prova a stento riusciamo a scambiarci qualche parola. Sul test tralascio ogni considerazione. Ma sarebbe stato meglio se nei giorni che ho dedicato allo studio andavo al mare con la settimana enigmistica. Chissà quante risposte giuste ho dato. Lo scopriremo tra poche ore. Passa il tempo, il tabellone con l’orologio scorre all’indietro. E non so se mi trovo a “chi vuole essere milionario” o in qualche programma di Carlo Conti. Mentre rispondo torna lui, il tremore. Colpa dei farmaci. Ogni tanto così senza un perché inizio a tremare come se avessi il Parkinson. E la penna inizia ad oscillare nella mia mano. Rido, non posso far altro. Mi fermo, bevo un sorso d’acqua e riparto. Tempo scaduto. Mani in alto e tutti fuori. Questa volta verso Deruta, dove ci fermiamo a pranzo. L ‘ultima volta c’ero stata con tutta la famiglia nel 1992. Ovviamente non ricordo nulla.

Rientrata a Roma dalla Nomentana inizia la via Crucis. Ogni posto mi riporta a lei e a poco a poco l’aria comincia a mancarmi. La clinica dove ho fatto l’intervento agli occhi. L’insegna di Ikea. La via del ristorante di sushi brasiliano. La stazione. Via Cavour. Le scale della metro dove ho conosciuto il gatto. La villa dove andavamo e così via fino a quando non arrivo a casa. E si ricomincia con la routine. Con le assenze.

Poi di sera arriva un messaggio di una mia amica, Federica: “una mia amica ha letto qualche post del tuo blog, si riconosce in tante cose che scrivi. Può aggiungerti su Facebook?”. “Certo”, rispondo.

Arriva lei, Ricky. E cerco di scrivere più in fretta che posso perché le ho promesso che stasera troverà un nuovo post. E non mi piace deludere le persone. Ma ora ritorno a vedere la nuova puntata di Tyrant, dopo essermi drogata con un’altra serie Hawthorne.

Ma c’è anche la storia dell’elefante che domani racconterò.

 

 

 

 

 

Messaggi

La profezia che si auto adempie. Lo dico, lo sento, lo sogno e succede. Succede che nella finta quieta di un pomeriggio di domenica di giugno, mentre provo a studiare e dopo aver scoperto una gelateria vicino casa che fa la panna dolce, arriva un messaggio. È lei. Nessuna domanda. Qualche scusa, qualche debolezza e un “spero tu stia bene”. Non rispondo. Chiamo quasi tutta la rubrica per capire se per caso la mia non risposta possa in qualche modo far capire che ho messo un punto, che sono distante da lei. È l’unica preoccupazione: ovvero farle capire che le cose stanno come prima o quasi. Cerco di essere razionale e mi dico: “se avrà qualcosa di serio da dirmi sa come farlo. Di un messaggio del genere non me ne faccio nulla”. Però sto meglio, perché mi pensa o perché sono riuscita a non risponderle. Non lo so. Mi sento più forte. A volte con qualche picco di speranza immotivata. Immagino delle possibili risposte: domenica scorsa in love e questa domenica in down? Ma no, non posso. E lo ripeto come un disco incantato. Intanto perché scoprirebbe che chiedo a qualcuno cosa pubblica su fb. Beh, non ci vuole uno scienziato ma preferisco evitare. E poi risponderle per dirle cosa? “Beh sai sto ancora una merda e ti penso ogni istante del giorno. Riproviamoci. Mollo tutto e veniamo a Milano. E nemmeno questo è consentito. Nessuna strategia. Credo. E mi torna in mente il sempre utile detto siciliano “a megghiu palora è chidda ca un si rice”. Cala il silenzio, quindi. Almeno per ora. Cerco di non farmi troppe domande anche se è difficile. Se non impossibile.

Sabato il Pride. A Palermo come a Milano e non ho acceso la TV per paura di vederla sfilare con lei accanto. L’altra invece che pubblica una sua foto con cappellino “Jova” di fronte San Siro. Ammetto: anche io sono stata ai concerti di Jovanotti ma giuro che manco a 15 anni mi compravo il cappello. A quarant’anni, quasi, lo trovo da idiota. Certo, io sono di parte. Ma lei che è snob allo stato puro non si vergogna di stare con una così? La domanda non trova risposta fino al suo messaggio qualche ora dopo. “Sì, forse si è resa conto con chi sta. Per questo mi scrive”. Provo a consolarmi così.

E a proposito di Pride…(per conservarne traccia) chiedo a mamma: ma quest’anno sei andata? E lei secca e diretta al solito suo: “m’abbastò tutto l’anno di Pride”. Rido e penso.

Penso che voglio cambiare vita e che tutto quel che voglio non l’avrò mai. Penso che Roma non mi piace sempre di più. Che non so dove andare. Che mollerei tutto per un’isola greca. Un tempismo perfetto, insomma. Adesso che la Grecia è in crisi dove penso di trasferirmi ? In Grecia. Ma poi per fare cosa? Per guardare il mare e contare le conchiglie? A volte penso che non lo farei per sempre, ma per un po’. Per vedere come si sta da un’altra parte. Come si ricomincia al sole, col rumore del mare e la salsedine. Perché sono sempre insoddisfatta e infelice e così non si può. Ci vuole coraggio e incoscienza. Che purtroppo non ho.