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Tua madre

Caos
Caos

nuovo cinema sacher. Spettacolo delle 22.30. In tanti escono dalla proiezione precedente con goccioloni che scivolano sul volto. Si soffiano il naso con fazzoletti che a guardarli sembrano pronti per essere strizzati. Noname mi dice di non guardarli. Obbedisco. Mi distraggo scattando qualche foto. Inquadro l’insegna luminosa del cinema. È un arco, potrebbe sembrare una luminaria di quelle che nel periodo natalizio spuntano in via terrasanta. Insegne ad arco che si possono permettere in pochi. La guardi. La trovi antica. Ma fa più figo dire vintage. Anche il faro accanto proietta una luce sfocata. Calda ma a me sembra fredda. Sul muro di fronte c’è un disegno. Pasolini che tiene in braccio Pasolini morto. Un corpo abbandonato. E penso a “caos”. “Io so questo: che chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene”. In sala siamo tra le 10 e le 20 persone. Ovviamente tiro fuori dalla borsa i fazzoletti preoccupata da quello che avevo visto prima di entrare. Inizia il film. Passano i minuti, penso a chi mi aveva parlato di un film straordinario. Dove si ride e piange. Ma non mi suscita alcuna emozione. Qualche volta ho pensato a nonna. Ma non ho né riso né pianto. Tutto scorre, come se ormai la vita degli altri non mi importasse. Non mi  sfiorasse. Però mi sa che per ora sono poco attendibile. Non mi sono piaciuti nemmeno Garrone e  Sorrentino.  Torno a casa. E ci ripenso. Ma non so che pensare. A me Moretti è sempre piaciuto. Lui non recita è se stesso. Però questa volta, a questo giro non riesco ad esprimere un giudizio. Se non quello immediato. Tranciante. Senza possibilità di ricorrere in appello. Torno a casa. Ci impiego un po’ prima di prendere sonno. Tra le quattro e cinque mi sveglio, sudata. È tornata a farmi compagnia, durante il mio sonno. Ci baciamo. Ma ha le labbra secche. Anche io. Stamattina ho messo un’altra croce sul calendario.  E ora mentre guardo Asterix contro Cesare provo a non crollare sul divano. Perché la notte e sempre più lunga.

Perché

Va tutto bene
Va tutto bene

Va così bene che al mercato di Testaccio questa mattina ho comprato un nuovo laccio. Questo è blu come il mare, il cielo, come gli occhi, come Blu, come le porte del sud al mare. Blu, insomma. Un colore.  È già annodato al polso. L’isola è tornata al suo posto. Io guardo fuori da una finestra non mia. Foglie di alberi che si fanno cullare dal vento. Potrebbe essere scirocco. Visto che siamo tutti sciroccati. Mina fa il cane finto morto, con le zampe all’aria. Poggiate sul divano grigio. Io sono sul divano, con gli occhi semichiusi. Ma pronta a veder suor sorriso. Ma questa è un’altra storia. E comunque va tutto bene.

Seitan e street art

Seitan. “Usa l’immaginazione”. Così ha scritto altrove. Non so che sapore abbia e di certo scoprirlo ora non è la mia priorità. Anzi. Probabilmente l’ho mangiato. Sicuramente. Ma per ora tendo a rimuovere. Quindi è come se mi trovassi di fronte a una “tabula rasa”. Vado su Google e scopro che “il seitan è un alimento altamente proteico ricavato dal glutine del grano tenero o da altri cereali, un vero e proprio concentrato alternativo alle tradizionali fonti proteiche di origine animale. Secondo la ricetta tradizionale, il seitan si ottiene estraendo il glutine dalla farina di frumento; successivamente lo si impasta e lo si lessa in acqua insaporita con salsa di soia, alga kombu e altri aromi. Di aspetto simile alla carne, il suo sapore è invece più delicato e la sua consistenza più morbida, anche se spesso quest’ultima varia da un tipo di seitan all’altro”. Bene, caro seitan già mi stai antipatico. Tu non sai perché ma io si.

Cero di allontanare dai miei pensieri il seitan e la sua bacheca. E spero che la destinataria del messaggio rimanga soffocata da questa strana cosa.

Ritorno a me. Penso a quello che mi piacerebbe fare. Girare. Conoscere mondi. E di mondi ce ne sono tanti. Anche dietro l’angolo, senza bisogno di prendere il passaporto, di imbarcarsi su un aereo o di attraversare l’Italia sulle rotaie. L’isola felice puoi trovarla su un muro, dietro un albero, nel succo di una ciliegia o in una goccia di xanax (sdrammatizzo, è l’unica!). Sicuramente non può stare a casa, per ora. Piena di scatoloni e vuota di tante cose. Per prima lei. Lei che adesso dice di dover ricominciare da zero e di essere spaventata. E ad un tratto escono senza filtri espressioni romane: ma li mortacci tua. Rende bene, ma forse non abbastanza. Quindi primo passo: fare quello che mi piace. Scrivo ad Alice e le chiedo se posso seguirla un giorno, anche due, nella sua giornata di lavoro. Magari a bordo della vespa potremmo fare un “tour” alla ricerca delle sue opere, sui muri di Roma. E’ una idea, che mi fa star bene. Poter raccontare e vivere altro. Vedere nuovi mondi ed emozionarmi, di nuovo. Spero che dica di sì. Nel frattempo cerco altri artisti, di strada. Deve essere un viaggio, una scoperta, una riscoperta. Lo zaino è pronto. La macchina fotografica è carica e la penna il taccuino nella mia borsa non mancano mai.

oui
oui