Archivi categoria: tempo

Il tempo scandito 

Forse volevo dire scondito. Senza sale e senza pepe. Un tempo sciapo. Un tempo in cui il tempo trascorre tra social, letture saltellanti, richieste di aiuto più o meno esplicite. È questo il tempo di oggi. Un tempo in cui stai col culo incollato a una sedia con le ruote che vorresti tanto che si alzasse, che venisse lanciata in aria come un missile, come un razzo. E invece l’unica cosa che puoi fare e spingerti avanti e indietro da un punto all’altra della scrivania. E ciondolare. Tu ci provi. Studi inglese, leggi il Corriere, passi ad Internazionale, e al libro di turno. Risultato? A casa non ne porto. Forse è un tempo scandito da attese. Attese spagnole, attese di fuga, attesi di viaggi, di martedì. Di telefonate. Attese. Un tempo anche sospeso. In cui non si sta. Se non su un filo che potrebbe cedere. 

Quando si cresce? 

Te lo chiedi quando in giro, sui social (eh!) vedi la notte degli altri, i sabato sera, le discoteche, gli aperitivi, le uscite, la vita. Tutto torna e tutto stride. Vorresti essere fuori da quei desideri. Vorresti già essere oltre e altrove. Come se crescere automaticamente mettesse fuori dalla tua vita il divertimento e così potresti salvarti. Così potresti smetterla di guardare la vita degli altri, di fare paragoni, così potresti iniziare a godere di quello che hai. E invece sempre lì a massacrarti il cervello, a vedere quello che non hai, a guardare al passato, e a pensare ad un futuro catastrofico. Così non se ne esce. Me lo ripeto ogni giorno. Tipo mantra. Questa vita così non mi appartiene. Un tempo sorridevo. Ora per strapparmi un sorriso ci vuole un miracolo. E c’è una piccola creatura (che ancora non c’è) che già si porta dietro il peso di una responsabilità. Penso a Palermo e mi fa paura. Penso a Roma e mi fa tristezza. E se il problema fossi io? E non il luogo? Si può essere felici ovunque?  Come si fa? Che rumore fa la felicità? Dove è andata a finire ? Chi me l’ha rubata di notte? Che responsabilità ha il lavoro? Vorrei un cambiamento, forte. Spero che arrivi dalla Siviglia. Da una nuova vita. 

A.C. – D.C.

La storia spesso si divide in prima e dopo. La storia del mondo e la storia di ognuno di noi. Anche la mia storia, la mia vita ha un A.C. e un D.C.

C’era un tempo in cui certe cose non avevano spazio. Non avevano testa, aria e sangue. Non avevano gambe. 

C’è un tempo per ogni cosa. Per un prima e per un dopo. 

C’è un tempo per la croce e un tempo per i chiodi. Affilati, con la testa dorata, a martello.

C’è un tempo in cui i chiodi servono per tenere le cose attaccate. Non basta la colla. Non basta la volontà. 

C’è un tempo sbagliato e uno da vivere. 

Primo soccorso

Ha il suo fascino. Cinquant’anni, se non di più. Un filo leggero di perle intorno al collo e due grosse perle appese alle orecchie come addobbi. La camicia sagomata che sembra, per effetto del proiettore, color perla. Di seta. Come i capelli,di un colore indefinito tra il biondo e il bianco. Sarebbe curioso se avesse 15 anni meno. Curioso? No, forse la parola giusta è interessante. Anche se io so stare solo al mio posto e credo che di questo un giorno mi pentirò. Sarà in quel momento che capirò quante cose mi sono perse. E quante cose non recupererò mai. Ho fatto rinuncia oggi. Per amore. Ancora una volta, per amore. L’ho fatta. Punto. Basta questo.  Tutto il resto verrà da se.  Oggi la mia vita sarebbe potuta cambiare o anche il contrario. Intanto è tutto rimandato. A tempi migliori. Passa il tempo e sembra non passare. Speravo di trovare più comprensione, più empatia. Mi si chiede ma non mi si dà. Funziona così. C’è un anello debole e uno forte.  E a questo giro sono, anche a questo giro, l’anello debole. E non posso essere altro che questo. Ci ho lavorato, anzi non ci ho lavorato e questo sono. Mi è tutto chiaro. Lo scelgo, lo analizzo, lo sviscero, lo frullo, lo metto in freezer per giorni come se fosse un tocco di carne macellato. Poi però non sai finché non lo mangi che sapore e che consistenza ha. Se ci sono nervature, se i pezzi andavano frullati ancora di più. Lo scopri poi. Ancora non sono arrivata alla fine della catena “dal produttore al consumatore”. E vorrei farlo per capire cosa ho frullato. E rimandare mette ansia, una attesa non necessaria. E ritorna tutto a galla come la merda. La donna merda.

non c’è tempo

A domanda rispondo. Ma non puoi venire? Ormai non c’è più tempo, la prossima settimana inizierò sicuramente con la terapia e non so quanto sia opportuno viaggiare coi farmaci.

Ma così non faremo l’amore. Non ne avrai voglia. E’ possibile, ma non lo so. Non mi ero posta il problema. Ormai è partito il conto alla rovescia. E la banca aspetta solo me. E io aspetto solo loro.

Così scorrono le ore di una domenica mattina a distanza, da giorni. Una di quelle distanze che sembra incolmabile. Per cui non bastano più le parole parlate al telefono, le emiticon di whatsapp, le canzoni condivise su facebook.

Siamo a circa mille km di distanza, ma a volte, certe notti, sembrano anche 10 mila km. E non c’è niente che li annulla. Nulla. E tutto diventa così irreale, che manco in un film di fantasy.

Pensavo che fosse andata diversamente. E invece no. Ma perché? Io il mio spazio (ancora infelice), lei il suo. Ognuno col suo tempo. Il mio umorale, il suo coi bambini e con amiche (che non mi piacciono). Ci proviamo ogni giorno. Stringiamo i denti. Progettiamo contro tutto e tutti. Spero solo che il futuro ci darà ragione.