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Rip

Che sta per ripartenza. Anche se non ci credi. Perché non puoi più crederci perché non sai a cosa credere perché non hai tutta questa forza per crederci.

E allora questo rip potrebbe essere un semplice e laconico riposa in pace o potrebbe essere una macchina che provi ad accendere e fa fatica a partire come se fosse ingolfata.

E quel rip diventa a un tratto onomatopeico. Rip rip rip ripa ripa ripar ripart riparte riparte riparten riparten ripartenz ripartenz ripartenza ripartenza.

E via. Ma prima che si metta in moto devi provare provare e provare ancora. Crederci. E sperare che non ti abbandoni qui, in questa strada triste e buia dove non si vede manco un lampione e non c’è il guardrail. E allora sta a te non andare fuori strada. Sta a te impegnarti per non uscire fuori. Le buche ci sono la luce manca, di ostacoli è piena.

Poi magari alla fine c’è il mare. Che luccica per la luna che si specchia. O per il sole che brilla.

Magari. Ho detto magari.

31, il padrone di casa

La smorfia napoletana. La smorfia di dolore. Il 31. Ultimo del mese. Il 31 di Gennaio. Il primo mese di un anno che non ha colore e non ha sapore. La smorfia che faccio quando scopro alcune cose. La smorfia di fastidio, di paura, di assenza. Una Rapida contrazione del volto e specialmente  della bocca che esprime sensazioni dolorose o sgradevoli. Ma anche la smorfia al cuore. Al cuore malato malandato ferito schiacciato.

Chissà dove sei. Che fai. Che pensi.

Fuori piove

Dal balcone di quella che era la mia stanza – e per mille motivi lo è di nuovo – guardò un altro balcone, del palazzo vicino e penso a quando ci stava nonna. Tengo la sigaretta tra le mani come se fosse qualcosa, l’ultima, alla quale aggrapparmi. Osservo il fumo con attenzione, ne seguo la traiettoria confusa e imprevedibile. Come le cose della vita.

Stento a stare con gli occhi aperti anche se è pomeriggio e mi chiedo se è sonno o voglia di dormire per non stare qua. Me lo chiedo ma non trovo la risposta.

Le ore scorrono ciondolando, cercando e aspettando qualcosa che non so se tornerà più. E se quando tornerà sarà più bella come le daliette che ti ho lasciato sul tavolo che abbiamo scelto insieme.

Quanta fatica, la sento tutta addosso. E mi incatena qui su questo letto ad una piazza, alla fine della casa in una stanza gelida.

Tilt

Forse c’era anche un negozio, forse era in via Garzilli ma chi lo ricorda più?

La memoria non basta, va in tilt.

Come me oggi, stanca che cerco di riempire giornate che non so nemmeno che senso hanno.

Tra un manuale, un convegno e dei quiz e la ricerca di una casa per un mese, intanto.

Poi si vedrà. Del resto programmare non serve a nulla. Più programmi più le cose si stravolgono. E allora meglio fare piccoli passi, lenti ma decisi.

Lo yogurt

C’è sempre uno yogurt in frigorifero. Scaduto, da novembre. Forse il 25 o il 26. E sta lì, immobile su quel ripiano, in mezzo al resto come se fosse un trofeo.

È bianco, è dolce, è Granarolo. E ogni volta vorrei poterlo prendere e buttare. Ma non ci riesco.

Poi invece una mattina ti svegli là e lo mangi, anche se è scaduto. E capisci che era solo uno yogurt.

Costanza, questa sconosciuta

Non riesco ad essere costante. E alla fine torno qua nei momenti peggiori.

Quando tutto sembra crollare come un castello di carte. Quando una dietro l’altra arrivano notizie che puntellano il tuo precario equilibrio.

E così mentre l’uomo del Colle pare abbia detto di no io mi accingo a dover scegliere una vita diversa da quella che avevo pensato.

Vado a ritroso. E cerco l’errore. E ne trovo troppi. Tanti. Valutazioni sbagliate, investimenti errati, acquisti insensati e tutto per mettere dei paletti, per affermare con forza una identità. Una qualsiasi. Un ruolo che non c’è più o forse non c’è mai stato.

Sospesa. Nuotando nell’aria, quando va bene. In attesa di scelte altrui. Come se quello che voglio io non conti nulla, come se possa solo subire senza determinare. E così si fa avanti a tentoni, a spizzichi e bocconi.

E finché sarà così? Finché dovrò stare alle scelte degli altri. Scegliere. Come si fa ?

E così mi ritrovo senza una casa, un amore, un lavoro, una prospettiva, un futuro. Ma per gli altri è una scelta mia. Perché un lavoro e una casa ce l’ho. Poi che importa se non ci sto bene in quella dimensione, se è una non dimensione.

Nulla perché siamo in un tempo in cui conta l’avere. Qualsiasi esso sia. Quindi silenzio. Non lamentarti. Non pretendere, non sognare, non amate, non vivere, non credere, non sperare. Basta sopravvivere come se fosse l’unico obiettivo di vita.

E tutto il resto non vale niente. Basso profilo. Poi c’è chi avvita e spreca tempo prezioso, chi si ammala e non ha più. Chi decide che il tempo a disposizione è troppo e lo abbandona. E la sopravvivenza va avanti.

Avanti, il prossimo magari fosse il futuro.

La casa del sonno

La notte nella casa accanto all’attico non si dorme per spiare il sonno altrui. Per ballare, per bere l’ultimo goccio di amaro. Si sta svegli per recuperare il tempo perduto e forse per perderne di nuovo.

E allora si sta lì in una casa svuotata, ormai troppo grande con la musica ad alto volume a vivere un tempo che non è ma potrebbe essere.

Notte dopo notte. Incubo dopo incubo. Sogno dopo sogno. Si presenta quando meno te lo aspetti. E sta lì a guardarti e a chiederti ma quando è che dormiamo insieme ?

Se non c’è spazio

Me ne vado. Se non c’è spazio in questa storia, me ne vado.

Dove? E chi può saperlo. Dove non sono mai stata, dove si sta bene. Dove penso che si possa star bene.

È andata così. Ho sbagliato. Ho fatto delle scelte e adesso ne pago le conseguenze. Prezzo altissimo. La vita ci mette di fronte a delle scelte. Io ho scelto. Poi forse la scelta non era quella giusta. Forse chi può dirlo. Lei è altrove. Io voglio una vita piena, intera, voglio essere felice e non lo so se tutto questo potrà mai accadere. Non lo so e piango. Perché piangendo lascio andar via ancora di più qualcosa. Io volevo il futuro e il futuro non c’è. Non c’è più.

Il futuro è andato via. E adesso non vivo il presente. Ma nel passato. In un passato che non mi appartiene più. Per scelta mia prima, per scelta sua dopo.

Ci avevo creduto, ci avevo sperato ma non siamo stati forti abbastanza e adesso sono qui, da sola come forse merito di stare.

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Se sapessi il finale mi tranquillizzerei. Ma il finale non lo so. Il finale non si sa. E io adesso mi sento solo una spettatrice. Dopo essere stata attrice, oggi posso solo stare a guardare. E non è uno spettacolo bello. Quando la notte ti svegli. E la immagini tra le gambe di un’altra. Intenta a donarle piacere. E paghi anche il biglietto, per vedere questo spettacolo doloroso. Sei lì. Sono le tre di notte. Ti svegli. Ti alzi. Ti metti di nuovo a letto e ad un tratto appena chiudi gli occhi vedi lei e l’indiana sul letto che per due anni è stato il vostro. E dei bambini. E non riesci più a prendere sonno. E di nuovo lo perdi. Di nuovo quei vuoti notturni vengono riempiti da nervose camminate dentro case con la sigaretta tra le dita. E ti chiedi tutto questo che senso abbia. L’hai voluto tu. Hai voluto tu mandarla via perché prima pensavi delle cose che oggi non esistono più. Per cui se lei non sa se ama l’indiana mica puoi farci nulla. Ci sta. Home faber fortunae suae. E io la mia fortuna l’ho buttata nel cesso. E ora nel cesso mi ci vorrei buttare io. Tirare lo sciacquone e tanti saluti. E invece rimango nella merda. L’acqua non va giù. Va solamente su. E si affoga.

Quel divano rosso 

Questa felicità non si fa proprio acchiappare. Sfugge. Anzi, a volte sembra proprio che scappi. Continuo a trascorrere gran parte del mio tempo su quel divano rosso. Ciondolo da un social all’altro. E penso. Domani si parte. E vorrei che fosse già domani. Oggi c’era il sole. E io l’ho visto poco. Nel frattempo c’è stata una notte di mezzo, un altro tempo quello dell’attesa. Ora di nuovo sul divano rosso sempre in attesa. In attesa di un treno per prendere un aereo.