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Senza casco

Quando stava per succedere il peggio, abbiamo preso il motorino, in tre e senza casco, e sfrecciando per le strade di Roma siamo arrivate al Monk. Io, Pop e the apartment. Subito un gin tonic, dopo del vino improbabile bevuto alla solita festa organizzata da trans in via Balilla. E dopo il vino a casa francese. Era dai tempi della scuola che non facevo queste cose. Ma si sa Palermo non è Roma. Oppure siamo noi che facciamo le città. Travolte da una sensazione di leggera follia ci siamo ritrovate nei nostri quindici anni. Strette l’una all’altra, col fumo della sigaretta che lasciava una scia. Tutte un po’ ammaccate perché nella vita le prendi e le dai, le botte. E questa volta le ho prese. Dalle scale vEdo sbucare il diplomatico. E con lui occupiamo le sdraio. Iniziamo a parlare del più e del meno e poi tutto scivola su di Lei. Scrivo al gatto, credo per sentirmi più vicina. Ci scambiamo dei messaggi. Uno, due, tre forse quattro. Poi il silenzio. Oggi sono quattro mesi. C’è chi festeggia e chi no. Loro, Stromboli e Strombolicchio, oggi sul lungo Tevere eruttano lava, calore, scivolano sulla sciara del fuoco come sui carboni ardenti. Passione. Fuoco. Calore. Amore. Io mi sento, invece, a Capo Nord. E mentre la vita scorre so che mi sto perdendo delle cose. Ma non riesco a capire cosa. A parte me…

metti una sera a cena

Piove. Prima di arrivare a destinazione spunta l’arcobaleno. Sono in macchina con superattico. Scatta foto d’ordinanza che subito viene condivisa nel mondo virtuale. Funziona così, ormai. Lei, la piccola francese, sta al numero 3 di una via vicino Villa Torlonia. Secondo piano, credo. Mi guardo intorno: un pianoforte con due spartiti, metri di libri che riempono gli scaffali, due divani, una poltrona, una piastra per vinili, un candelabro con cinque o forse sette braccia. Sette come noi a tavola. Cinque donne e due uomini. Più che altro sembra una riunione LGBT. Ognuno a vomitare la sua storia, la propria tragedia. Anzi sembra più un incontro di terapia di gruppo. Poi il colpo di scena: Pop ha un blog e qualche giorno fa lei le ha scritto per complimentarsi. Sarà il primo complimento di una lunga serie. E io rido. Scatta strategia. E vedremo come va a finire. So solo che non cambierà mai. Ecco, anche queste sono certezze. Il vino scorre nelle vene e nella testa. I calici si svuotano velocemente. Le bottiglie anche, una dopo l’altra. Perdiamo il conto. Superattico e la francesina si alternano alla chitarra. Canzoni italiane e non. Cantiamo, quasi urliamo, come se volessimo liberarci di qualcosa. Battisti, la Vanoni, Carmen Consoli, Rino Gaetano fino ad arrivare a Baglioni. Ci salva la musica. Scopriamo amici in comune. Amici di ex. Amici di amici. E così via per tutta la serata, a fare curtigghio. Anche questa è la nuova vita. Se solo…non lo scrivo. E’ una boccata di ossigeno. In macchina al rientro chiedo a superattico: ma si vede che sono lesbica? Si perché ogni tanto mi chiedo se si capisce, se sono respingente, se non sono pronta. Se le altre donne mi guardano come faccio io. Se ci sarà qualcuna dopo di lei. Je suis prêt

uno, due, tre, quattro cinque…fino all’infinito

Ho contato spesso , perché so contare, in questi giorni. Ho contato e ad ogni numero corrispondeva un sospiro. Affannato, ma deciso. E ad ogni sospiro corrispondeva un pensiero. Sempre lo stesso ma con impercettibili sfumature. Tre giorni fuori casa, quattro notti, non sono stati abbastanza per lasciarla altrove. E’ stata con me, ovunque. Dentro l’acqua del mare, nel vino che ho sorseggiato, nell’amaro del capo, di notte, nei sogni, nelle gocce di sudore, nei granelli di sabbia, nei negozi, nei racconti, nelle note di ogni fottuta canzone. Pensavo che due anni fossero pochi, invece mi sembrano una vita. La vita. Nonostante tutto, nonostante lei ero premurosa, nella realtà e non. Ho però bruciato un foglietto, l’unico inutile che aveva lasciato a casa sopra il quadro di spider man. Mi ha aiutato Samba, arrivato dal Ghana più di un anno fa, su un barcone. E sbarcato a Palermo. Ha chiuso tra le mani l’accendino e il foglietto a quadri a poco a poco è diventato cenere. Un gesto. Forse simbolico. Forse no. Ma necessario. Ho contato per non scriverle. Per impegnare la testa. Chissà ancora quanto dovrò contare.