chissà che fine fanno i ricordi col tempo (youth)

Sorrentino bocciato. Scontato e banale. Nessuna emozione. Forse solo qualche dialogo è da salvare. Appena qualche frame. Io promossa. Avevo il biglietto della lotteria in mano, quello vincente. Quello che cerco da mesi e l’ho strappato. Perché non ne avevo bisogno. E’ per questo che ti ho detto no. Ho detto no alla tua “bella serata” che volevi trascorrere con me. Per mesi ti ho chiesto di vederci. Adesso che parti, che lasci Roma hai deciso che volevi salutarmi ma che non era un addio. Troppo facile. Hai deciso sempre tu. E pensi che io sia come le altre. Ti sbagli. Pensi che tutto si possa risolvere andando a vedere una mostra, con una cena. Non è così. Mi hai lacerato. Mi hai messo in crisi. Te ne sei andata da casa in 12 ore. Lasciandomi da sola. Ti ho cercato e spesso non hai risposto. Ti ho chiesto aiuto e non potevi darmelo, non volevi. Ecco, sinceramente non potevamo salutarci come se nulla fosse accaduto, come se una spugna potesse assorbire il caffè rovesciato da una tazzina di vetro. Un colpo di spugna sulla tua coscienza. Senza lasciare una traccia, una macchia. E’ la cosa che desidero di più, vederti, essere di nuovo tua  ma io ti amo e tu no. Sei già di un’altra. Ieri ho iniziato a preparare gli scatoloni con le tue cose. Ho fatto fatica a capire cosa fosse mio e cosa fosse tuo. Mi sentivo dentro un film e mi immaginavo ad impacchettare libri strappati, piatti rotti e cocci di vetro. Ma ci sto provando. Sto provando a separarmi da te, da una illusione. Dalla tua leggerezza. Crescerai prima o poi e imparerai a non fare più male. Io sto qua. Non so per quanto tempo ancora. Forse per sempre, forse fino a stasera. Chissà.

 

Milano è una città di frontiera

io da Roma non ci passo più. Ieri sera la notizia. Una lunga telefonata che non avrei mai voluto ricevere: era lei, dal treno, di ritorno da Firenze. Sai mi trasferisco a Milano. Quando? Da metà giugno. Tuffo al cuore. Lacrime. Niente singhiozzi. Lei non lo nota. Parliamo del più e del meno. Fingo di essere felice. Ma in realtà a tre mesi dalla separazione mi sembra di ricevere il colpo mortale. Quello che ti fa vedere tutto buio. Che ti lascia senza forze. E in una valle di lacrime. Dove sono immersa da ore. Un pianto inconsolabile. Mi dice che va a vivere col suo migliore amico. Che è l’unica cosa positiva. Che l’ha desiderato tanto ma ora ha paura. Cerco di essere forte e le dico “finalmente vai dove volevi. È una bella responsabilità”. “Non so quanto durerà, – dice lei – poi non so quanto lui, lo chiamerò il gatto, starà a Milano”. E quelle parole mi rimbombano nella testa, penso già che prima o poi andrà a vivere con lei. Controllo la mappa e se le mie informazioni non sono sbagliate abiteranno a meno di 2 km. Cinque minuti di macchina, un quarto d’ora a piedi. Fumo e piango. Le lacrime bagnano le sigarette. Le accendo, una dietro l’altra. In maniera compulsiva. Provo a pensare che adesso potrò girare per le strade di Roma senza aver paura ma soprattutto speranza. Di incontrarla. E mi sento sconfortata. Ritorna il mio odio verso questa città. Dove mi ero ritrovata grazie a lei. Mi sento sola e sento di averla persa per sempre. Penso al giorno, che arriverà presto, in cui dovrà portare via le sue cose. Inizio a guardarle e toccarle una per una. Penso che voglio cambiare vita, a partire dal lavoro. Devo lasciarlo. Anche lui mi fa male, mi soffoca. La telefonata continua, ad un certo punto pare anche possa venire a casa. Ma è stanca. Si è svegliata presto. Male di testa, ciclo e non so che altro. Mi dice domenica passiamo una bella serata. Vorrei andare a vedere la mostra di la chapelle. L’ho già vista ma ci torno, volentieri, affermo. Ma poi che senso ha? mi chiedo per tutta la notte. Ora vorrei solo poter chiudere la porta di casa e lasciarmi tutto alle spalle. E invece sono qua, eh già.

poi però…

l’ho conosciuta per caso. Su WAPA, una specie di tinder di “settore”. Così, come per caso, le ho chiesto l’amicizia su facebook.In una di quelle giornate compulsive in cui cerchi qualcosa. Ma non sai cosa. Ci scambiamo i numeri e lei ha già il mio. Rimango sorpresa. Lei mi suggerisce di cercarla col suo nome più brenda. Niente da fare. Registro il numero e mi accorgo di averlo anche io. Avevo registrato il suo nome con un cognome “noname”. Grande risata e stupore. E penso che sia un segnale. Positivo o negativo non lo sapevo ancora. Ora lo so. E’ stato un segnale positivo. Ora c’è. Veniamo dalla stessa città. Anche lei viene “fuori” da una storia. Anche lei vive tra alti e bassi. Ma è stata una piacevole scoperta. Una nuova, vera amicizia. Grazie a lei ho ricominciato ad uscire. Ho conosciuto persone nuove. Carine, affettuose, presenti. In mezzo alla nebbia spunta un raggio di sole. E ti riscaldi. Il sorriso che avevi perso ogni tanto ritorna sul tuo viso. All’improvviso. Certo non è quello di Jocker e manco quello di Berlusconi. Gli occhi brillano di nuovo e non solo per le lacrime. Perché ti confronti, perché ad un tratto ti sorprendi di nuovo per cose belle. Perché la sua presenza è gratuita, inaspettata e bella. Come lo sono le persona che la circondano e che in qualche modo circondano anche me. Forse ho messo su un chilo, perché mi fa mangiare. Perché in fondo, nonostante il sottofondo, la struttura crollata, senti che puoi stare meglio. E che le cose possono cambiare. Che puoi rimanere sorpresa anche per cose belle. E quindi grazie noname…ci vediamo ad Amsterdam :-).

sogno o son desta?

Non mi hai lasciata un solo istante in pace. Anche questa notte. Ieri ho sognato che lei era incinta, forse perché la sera prima avevo parlato di un mio ex, di una mia ex amica e della sua gravidanza. Di dinamiche sempre uguali. Bene! L’altra notte è andata così. Che poi così come? Lei è lesbica. Si pure lei. E non è facile, ma non è nemmeno impossibile. E lo sappiamo, era un progetto. Stanotte, invece, eri gonfia, grassa. Mentre io divento sempre più bella nella realtà, tu nel sogno eri un’altra persona. E ti guardavo con aria soddisfatta ma dispiaciuta. E con gli occhi continuavo a ripeterti che senza di me non hai dove andare e la dimostrazione è come sei diventata. Trascurata, triste. Almeno così ti immagino, almeno così ti ho vista qualche tempo fa. E immaginavo le tue cene, da sola. Che poi in realtà non so più nulla di te. Vado solo di sensazioni. Le mie solite sensazioni, quelle che spesso sono realtà. Ma parlavamo, ci baciavamo, tornavamo insieme. Ci incontravamo, per caso. Come per caso te ne andavi via.

Ieri sera ho riscoperto che il mondo è piccolo. Inspiegabilmente piccolo. Ho conosciuto una che è stata per anni con una tipa con cui hai avuto una storia. C’è sempre qualcosa che mi riporta a te. Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. La car2go, che ho imparato ad usare. Dovevi insegnarmelo tu e invece ho fatto da sola. Mi riprendo frammenti di vita, con immensa fatica. Ma rimetto insieme quel puzzle, a cui mancherà sempre una tessera. Tu.

gassa d’amante e trinacrias

Quando anche io decisi di averne uno uguale, lei non voleva regalarmelo perché sosteneva che rappresentava la sua anima nera. E che io ero, invece, un’anima bella. Poi si convinse, ne comprò uno e me l’annodò al polso. Un laccio nero. Di cuoio. Un solo giro con un doppio nodo. Intorno al suo polso invece i giri sono di più. A settembre di due anni fa decisi di mettere un ciondolo. La mia isola. Ora il braccialetto è rovinato e sono giorni che penso di acquistarne uno nuovo per non perderla (lei o l’isola?). Stanotte nel sogno andavo in un negozio di articoli nautici. Pieno di cime. Colorate. Ne sceglievo una. Blu notte. Piccola, in realtà era un cordoncino sottile. Il ragazzo del negozio mi diceva che per annodarla dovevo fare il nodo “trinacrias”, mi indicava però sul pannello una gassa d’amante. Con la cima tra le mani mi accorgevo che in realtà la cima alla fine aveva un prolungamento. Due pezzi di cinghia, di cotone o molto più probabilmente di un materiale sintetico. Rassegnata e sconsolata lo ripongo al suo posto, nell’espositore.

Stamattina dopo la quotidiana croce sul calendario, in bagno ho fissato il bicchiere col disegno di Mirò che contiene gli spazzolini. Sono tre. Uno mio e due suoi. Non riesco a buttarli. E quando compro il dentifricio prendo sempre quello che piaceva a lei, che per la cronaca a me fa schifo. Ho però, col cambio stagione, riempito il suo armadio e il suo cassettone. In frigo in compeso ci sono due barattoli di yogurt, da tre mesi. Fate voi.

Ah, la gassa d’amante mi pare il nodo perfetto.

trinacrias
trinacrias

incontri

la telefonata quotidiana con mamma non manca. Anche stamattina alle 8,30, prima che mi infilassi sotto la doccia, lo squillo. Che poi lo sa (forse lo fa di proposito!?!) a quell’ora faccio sempre le stesse cose. E lei fa sempre le stesse domande: Hai mangiato? Come stai? Hai pianto? Quanto pesi? E io vado con le solite risposte, ahimè. Quindi chiudo il tel, mi lavo, mi trucco, mi cambio 3 volte. Il tentativo di non mettere la giacca è andato a vuoto, nonostante la camicia e un maglioncino decente. Ci rinuncio, tolgo il maglioncino, lascio camicia, jeans e camper e inizio col tour di giacche. Ok, questa va bene posso cominciare questa nuova giornata. Qui dalle mie parti c’è una certa formalità e cerco nonostante tutto, nonostante me di rispettarla. Prendo la bestiolina, le metto il guinzaglio e via per il solito giro. Faccio 10 passi e mi viene in mente un curtigghio a livello di “Chi” o di “TV sorrisi e canzoni”. Prendo il telefono e richiamo mamma. Squilla. Risponde. “Sai mamma, ti ricordi la moglie di Renato quello di un posto al sole? l’insegnante?. Bene, sta con una. E una delle sue figlie pure”. Cala il silenzio, quello suo inconfndibile. E poi “maria, che schifo ma siete ovunque”. Io “eh sì me l’ha detto la mia amica “noname”, quella di Palermo che abita Testaccio”. Poi attacca con la reazione di mio padre alla puntata di ieri di un posto al sole sui “froci” che si baciavamo pubblicamente. Io proprio non mi spiego come una persona del suo spessore, con la sua storia sociale e politica possa essere così chiuso, omofobo. Aperta e chiusa e parentesi. Rimaniamo sull’argomento e mamma ricomincia con la solita storia: “non ti fissare, spazia, esci con tutti, frequenta uomini”. “Mamma, ancora con sta storia: i maschi (forse non l’ho mai detto in senso così dispregiativo) mi fanno schifo. Fattene una ragione. Dai, ciao. Ci sentiamo dopo”. Raccontata così sembra una telefonata glaciale, ma chi la conosce può immaginare ben altro.

Ma andiamo all’incontro tra cani e umani. Ormai quasi quotidiano. Sarà un caso che faccio le cose sempre alla stessa ora? La mia cana ha una certa passione per la strada, nel senso che quando incontra un altro cane tende a strisciare tipo serpente. E’ affettuosa, giocherellona. Bene, anche stamattina indossa la muta e striscia per qualche metro. C’è un suo amico. Un cane nero. Un po’ più grande di lei come taglia. Giocano spesso insieme. La padrona, con pantaloni a fiori larghi, canottiera e occhiali da sole, carina, età indefinita ma credo mia coetanea o qualcosa di più, mi racconta che ogni volta che passano sotto casa lui vorrebbe entrare. (Mi si forma una nuvoletta in testa: ma questa come fa a sapere dove abito?). Io prontamente, le dico il cognome…”e quando passate prova a citofonare magari siamo a casa. Ciao”. Forse un tentativo maldestro per abbordare. O forse niente. Comunque sempre incontri sono.

A cena col morto, a ritmo di sirtaki

ci sono gli altri che ti dicono quello che devi fare. e a volte cedi. crei un gruppo su whatsapp dal nome improbabile “non le devo scrivere” e lo usi come sfogatoio. a volte funziona e ci ridi sopra, altre volte invece pensi solamente che vorresti sentirla. poi organizzi una cena con lo stesso entusiasmo di Letta nel giorno del passaggio di consegne a Renzi. E ogni volta che suona il citofono (la campanella) speri sia lei. Su quali basi non si capisce. Ma tu ci speri. Credi nella favole o nei miracoli. Credi che prima o poi possa rientrare dalla porta dalla quale è uscita. In realtà ti senti sospesa, ti senti dentro una di quelle storia del sud in cui gli amici, i parenti, dopo una perdita importante vengono a farti visita e a distrarti. Ma in realtà tu vorresti trovare il modo per farla tornare indietro, per accettare i suoi sbagli. (Forse prima dovrebbe accettarli lei!!) Insomma…la cena. Amici di sempre e amici nuovi. Ma sempre amici sono. Fai una raccomandazione. Mentre tu pensi che manca qualcuno, che senza di lei la terrazza non mi appartiene, che la sedia sembra una roccia appuntita sulla quale non riesci a stare seduta, cerchi di lasciare il telefono abbandonato da qualche parte per non guardare ossessivamente lo schermo. Ah la raccomandazione “se dovete rompere piatti evitate quelli verdi che sono miei”. Ti allontani, perché nonostante come stai cerchi sempre di essere accogliente, per prendere delle cose e dalla cucina senti un rumore frammentario e frammentato. Esci fuori, guardi il pavimento e trovi gocci di piatti sparsi ovunque. E’ andata così, il primo piatto è stato fatto fuori…a ritmo di sirtaki.

 

 

e fu la notte

se dovessi contare le ore e i secondi mi perderei, quelli che sono passati sono già tanti. questa notte c’era il suo migliore amico a farmi compagnia, tra il sonno e il dormiveglia. Va così, da giorni, mesi ormai. Mi dava ragione e in fondo mi manca anche lui. Era diventato un mio amico, un altro pezzo di me. E ora sono andata via tutti. Lasciando tracce e ferite dolorose. E’ la vita dicono e, sostengono che, vada vissuta. Da quando è andata via tutto è più complicato. Lei, che mi ha fatto male, dice che passerà. Io credo che ci sono delle cose che non passeranno mai. Sono come un puzzle a cui manca una tessera. Persa, bruciata per sempre. Strappata. E si è portata via la felicità. Perché con lei ero felice. Lei non più, mi ha detto. Io che avevo puntato tutto su di lei, che ho cambiato la mia vita grazie a lei. Che mi sono riscoperta e non sempre a costo zero. Ma con serenità, consapevolezza. Considerandola un punto di arrivo ma soprattutto di partenza. Ma fa sempre così. E io lo sapevo anche tra di noi è iniziata come è iniziata con l’altra. Non ha pace. Non ha equilibrio. Ma adesso, di nuovo, anche io. Questa è una prova. Scrivo qua per non scriverle altrove.

18 maggio

day by day